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I luoghi e il tempo Vallopa: una passeggiata tra i ricordi e un pensiero verso il futuro

Vallopa: una passeggiata tra i ricordi e un pensiero verso il futuro

Quando mi è stato chiesto di scrivere qualcosa su Visso ho accettato con entusiasmo e ho iniziato a pensare a come esprimere nel migliore dei modi l’amore che mi lega a questo piccolo e meraviglioso borgo situato all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.
Ho pensato a quante cose avrei potuto dire: sulla bellezza del paesaggio, sull’importanza storica e artistica del centro storico, delle torri, delle sue chiese, della piazza principale e dei suoi vicoli; sulla bontà delle sue specialità gastronomiche o sull’allegria delle sue feste, sia religiose che laiche. Avrei potuto parlare veramente di molte cose perché ho vissuto questo paese da sempre e non solo perché mio padre è nato qui – e qui abitavano amici e parenti – ma perché io, nel corso degli anni, ho scelto di viverci per lunghi periodi. Ho scelto di non vivere il paese da turista ma da vissana, anzi da “vallopana”.
La verità è che io mi sono innamorata di Visso – e in particolare di Vallopa o Borgo San Giovanni – anno dopo anno, giorno dopo giorno, ed è un sentimento vivo ancora oggi. È uno di quegli amori infiniti che sicuramente nessun terremoto potrà mai distruggere perché è legato a odori, suoni, colori e profumi indelebili nella mente e nel cuore.
Se penso a Visso il cuore batte per Vallopa ed è su di lei che voglio scrivere.
Per me è sempre stata un luogo estremamente importante, a cui sono legati i ricordi di una vita: da bambina quando c’era solo lei, da adolescente quando in gruppo si scendeva al laghetto o in piazza al centro di Visso e infine da ragazza e adulta quando trascorrevo nella casa dei miei nonni non solo i mesi estivi ma anche gran parte di quelli invernali.
Se chiudo gli occhi lo sguardo si posa sulla strada che dalla croce sale fino a casa dei miei nonni e riesco ancora a sentire il profumo dei fiori del loro giardino. Sorrido.
A Vallopa tutti amavano i fiori e li curavano: i balconi delle case e i vicoli, in primavera, si dipingevano di viola, giallo, verde, rosso e il bianco, allietando gli occhi e il cuore dei passanti. Le urla delle signore, comprese quelle di mia nonna, che “ci litigavano” quando per sbaglio, da bambini, rovinavamo una delle loro meraviglie, risuonano chiaramente nelle mie orecchie. Le stesse parole che allora erano recepite con paura oggi nutrono ricordi felici. Camminando con lo sguardo oltre casa dei miei nonni mi trovo di fronte al negozio di alimentari di Amerigo dove tutti noi bambini andavamo a comprare il gelato ogni pomeriggio e dove spesso accompagnavo mia nonna a fare la spesa nella speranza di farmi comprare un po’ di pizza o qualche
caramella.
Continuando a salire verso il centro del borgo mi dirigo verso destra e mi trovo al lato di un piccolo torrente che, ancora oggi, mi aiuta a riposare con il suo scorrere lento e costante. Dalla finestra della mia camera sento il rumore del suo divenire e mi rilasso.
Due piccoli fiumi avvolgono Vallopa in un tenero abbraccio e avrebbero molto da raccontare su di me: di come da bambina andavo con i piedi nell’acqua gelata per giocare con le barchette; di quando durante le partite di calcio nel “campetto dei Compagnucci” il fiume si prendeva i palloni che maldestramente colpivamo o di quando, provando “seriamente” a pescare con una canna da pesca costruita con un bastone, un filo e con un’esca ricevuta generosamente in regalo da mio cugino, ho preso una trota! Ero entusiasta e avevo utilizzato il lavabo del garage, impedendo a mia nonna di lavare i panni, per mettere il pesciolino a nuotare. Nonna ha sopportato per un po’ ma poi mi ha “convinto” a ributtare la trota nel fiume.
Continuando la passeggiata incontro il rosso dei pomodori che scendono da pali di legno incrociati, il verde ell’insalata e/o il giallo dei fiori di zucca: tutti i colori dei campi coltivati perché a Vallopa tutti avevano un pezzetto di terra che amavano coltivare e a cui si dedicavano ogni giorno, più volte al giorno. Tutti noi abbiamo beneficiato della generosità della natura e della passione dei nostri genitori o nonni.
L’amore per l’orto e soprattutto per i fiori è ben presente ancora oggi nonostante il terremoto e la fatica dell’età: è ancora lì e nelle SAE si possono vedere dei fiori bellissimi.
Lascio il fiume e salgo verso il centro di Vallopa. Inizio a sentire, man mano sempre con maggiore piacere, il profumo dei salumi fatti da mio zio! È indimenticabile il suo fantastico lonzino!
L’odore di cucinato e il rumore di piatti e bicchieri che si sentiva verso l’ora di pranzo o di cena ci avvisava che era ora di tornare a casa ma che spesso, incuranti delle sgridate dei nostri genitori o nonni, ignoravamo per continuare a giocare o per parlare ancora un poco.
Eccoci arrivati alla “piazzetta”, il cuore pulsante di Vallopa.
Piccola ma viva, piena di persone di ogni genere ed età: vedo bambini che giocano sotto lo sguardo attento dei genitori e degli anziani che, rigorosamente divisi tra maschi e femmine, parlano sulle panchine. Qualcuno gioca a morra, qualcun’altro a carte. Sento ridere, urlare e persino cantare. Si cantava spesso e di tutto: dalle canzoni moderne, a quelle di chiesa e a quelle che ci insegnavano le nostre nonne, che spaziavano da quelle popolari a Claudio Villa.
Sono passati molti anni da allora ma ricordo ogni singola canzone che mi è stata insegnata e vedo ancora mia nonna in cucina che canta e balla: l’allegria e la spensieratezza di quegli anni sono veramente indelebili.
Tornando alla “piazzetta”.
Era molte cose: campo da calcio, luogo dove improvvisare mercatini, giocare a nascondino o a carte e persino un teatro: abbiamo dato vita a spettacoli memorabili!
La serietà e l’impegno messo nell’organizzazione c’imponeva di far pagare un biglietto d’ingresso agli spettatori che si dimostravano ogni volta sempre più generosi ed entusiasti. Il ricavato delle nostre fatiche veniva speso con la consueta “pizzata” alla Taverna del ponte.
“Sono le due e mezza, dobbiamo andare in piazzetta, dobbiamo fare le prove per lo spettacolo!”.
Queste parole provocano ancora una grande emozione in me e le immagini delle prove, delle risate o delle litigate per la buona riuscita dello spettacolo sono ricordi che il tempo non ha potuto sbiadire.
Continuando la passeggiata si gira e si sale verso il cimitero.
Il “Campo Santo” faceva paura a molti di noi ma io ne ho sempre ammirato la posizione e la pace.
Durante le mie camminate arrivavo spesso fin lassù e mi sedevo a guardare il monte Cardosa da un lato e la valle dall’altro, il paese, la piscina, il campo da calcio e le nostre case, tutte le nostre case. Salivo spesso anche di corsa per tenermi allenata, con lo stupore e l’incredulità di tutti, data la
pendenza che rende ostica la salita.
Vallopa in estate era piena di persone e ogni casa s’apriva per almeno tre mesi, trasformando per noi una piccola parte di Visso nel centro del mondo.
Oggi quando torno a Vallopa e la guardo dall’alto, nuovamente dal cimitero, la vedo ferita, in larga parte distrutta, ma mi basta chiudere gli occhi e tutto torna: profumi, odori, sapori, colori e rumori di un luogo che ha scritto alcune delle pagine più belle della mia vita.
Vallopa, però, non è solo il luogo dei ricordi ma è e sarà il luogo di un meraviglioso futuro ancora da
scrivere.

Carlotta Venturi

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