Il Carnevale
A Visso, il Carnevale non era una semplice festa, ma una tradizione sentita e ricca di vita. Non si trattava solo di maschere e coriandoli, ma anche di dolci, veglioni e una socialità che oggi sembra perduta.
Tutto cominciava in cucina. Prima, per San Giuseppe, si friggevano le deliziose frittelle di riso. Poi, a Carnevale, i castagnoli di Isotta, rossi, belli e morbidi, erano una vera istituzione. Un profumo che ti portava subito nel cuore della festa.
Per i più piccoli, il Carnevale era un’avventura creativa. Spesso, per mascherarsi, si andava in soffitta a recuperare vecchi “ciaffi” (stracci) dismessi che si usavano per giocare in cortile, lontano dalla piazza. A quei tempi, le famiglie non avevano soldi da spendere per i costumi e l’avere una maschera era un lusso che pochi potevano permettersi. Era un modo per divertirsi senza troppe pretese e per molti bambini l’unica maniera per partecipare alla festa.
Anche senza costume, ci si divertiva al circolo cittadino: i bambini con la maschera ballavano al centro della sala, mentre gli altri, con in mano coriandoli e stelle filanti comprate da Elio, li circondavano battendo le mani. Magari qualcuno dei bimbi che la maschera non potevano permettersela, anche senza averne la consapevolezza, invidiava un po’ gli altri, quelli che potevano mascherarsi, ma poi i colori, la musica e l’atmosfera festosa del carnevale facevano scordare presto quei pochi attimi di malinconia.
Per gli adulti, la festa era un’altra cosa. Si ballava fino a tardi, in un susseguirsi di veglioni organizzati dai vari circoli: quello dei cacciatori, della banda musicale, dei pescatori. A volte le feste, prima e dopo la guerra, si facevano nel “Villino” demolito vicino alla Pesa, ma per tutte le ragazze, almeno fino agli anni ’70 era necessario l’accompagnamento della madre o di un fratello, perché non ‘stava bene’ che partecipassero ad un ballo da sole, con le amiche o, peggio ancora con il loro fidanzato.
La festa principale, per tradizione, era quella del lunedì sera che si teneva al circolo cittadino, perché si poteva ballare fino a tarda notte, mentre il martedì pomeriggio era riservato alla festa dei bambini, prima che a mezzanotte iniziasse la Quaresima con l’arrivo del mercoledì delle ceneri.
I vestiti da ballo e i costumi non si compravano, ma si creavano in casa e c’era una vera e propria gara tra le signorine vissane per chi indossava l’abito più bello. Molti abiti si realizzavano in famiglia, cuciti da madri o sorelle, altri erano creati da sarte brave come Giosina Tuccini, Emma Tomani, Vilna Valentini, Annina Salvi, Elsa Elisei e Gioia, la moglie del giardiniere. Più recentemente era comune che le donne si ritrovassero a casa di Bianca Montebovi per cucire insieme, trasformando la preparazione delle maschere in un’occasione di grande socialità. Gli uomini, invece, si lasciavano “vestire” e i risultati a volte erano esilaranti, come Angelo Lupidi in tutù bianco, un’immagine che nessun partecipante ai veglioni di carnevale ha mai dimenticato.
Un tempo le madri, sedute sul balconcino della sala del circolo, controllavano le figlie e si divertivano tutti, anche chi non era mascherato perché partecipava con stelle filanti e coriandoli. Quella era anche l’occasione per fare scherzi, come quello di legare le coppie con le stelle filanti per farle andare al bar a offrire da bere: con la gassosa si beveva tanto e si pagava poco! C’è chi raccontava che a Pieve Torina i ragazzi, per far alzare le madri che occupavano le sedie nel teatro, dicevano: “Guarda quello come strigne!”, e appena le mamme si alzavano per vedere, loro si sedevano.
Più di recente, intorno alla metà degli anni ’70, la festa si è spostata nella discoteca del paese, il Flash, di Isabella e Lino Sorana. Il Carnevale è cambiato da quando un gruppo di amici, spinti dal “tam-tam” di Elio, Rita Calabrò, Peppe Melchiorri, i Cherubini e altri, decisero di organizzare un veglione improvvisato. Una sera, si presentarono a sorpresa, mascherati con quello che avevano trovato in casa: Melchiorri e Elio vestiti da donna, Angelo con un pigiama da donna.
Da quell’anno, la festa, guidata da Rita Calabrò, è diventata un evento organizzato con gruppi a tema che si preparavano per mesi: il gruppo degli indiani, degli scolari, dei vichinghi, dei guerrieri masai e dei samurai. I costumi erano sempre più elaborati e creativi. C’era chi si mascherava da pasta Barilla con tanto di forchetta e chi da mazzo di carte da poker. Elio, in particolare, si vestiva spesso da donna e si esibiva in spogliarelli improvvisati che facevano ridere tutti.
Il massimo del successo si raggiunse al Park Hotel intorno agli anni ‘90, quando i veglioni divennero tanto popolari da attrarre partecipanti dai paesi vicini e durante i quali si premiavano i gruppi più belli. Un anno, per il tema “vichinghi”, le corna degli elmi finirono per rompere tutti i lampadari! Un altro anno, il gruppo mise in scena un matrimonio con il figlio già nato: il celebrante era Natalino Rosi, la madre Giancarlo Rosi e il padre del bambino Emilio Cappa, ed il bambino, in realtà uno degli amici, stava dentro una carriola, che sarebbe dovuta essere una culla.
I luoghi del veglione sono cambiati nel tempo, passando dal Circolo cittadino al Flash, poi al Park Hotel e infine al ristorante la Filanda, ma nonostante questo il Carnevale per la comunità di Visso era più di un semplice evento: era piuttosto un momento di unione e di divertimento autentico. Un’occasione per stare insieme e divertirsi.
Oggi la festa è cambiata, adeguandosi per quanto è possibile alle mode dominanti e i carri trainati dai trattori hanno preso il posto delle maschere fatte in casa e dei veglioni. Ma il ricordo di quelle notti piene di neve, dei balli con le mamme che vigilavano, dei costumi creativi e delle risate genuine rimane vivo, a testimonianza di quanto fosse importante il senso di comunità a Visso.