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L’Istituto Fiorelli

La sua storia

Nel 1948 nasce a Visso, nel rione Pantano, l’Istituto di Accoglienza S. Chiara per gli orfani di guerra, ad opera del Commendatore Mario Fiorelli che acquista un edificio precedentemente adibito a conceria, diventato poi un convento delle suore dell’Ordine di S. Chiara e chiuso quando le ultime cinque vengono trasferite a Cascia. Diviso in tre lotti, questi vengono acquistati da tre diversi proprietari tra cui Mario Fiorelli, che successivamente compra gli altri due.  L’anno successivo, il 1949, l’intero stabile viene trasformato in Istituto di Prevenzione e Pena per minori, dipendente dal Ministero di Grazia e Giustizia. Arrivano ragazzi che hanno commesso piccoli reati, mandati dal Tribunale dei minori. I pochi orfani ancora presenti, sono alloggiati successivamente nel Villino Grosso, vicino a Vallopa (Borgo S. Giovanni), di proprietà di Felice Venanzoni. Il Villino, per un breve periodo, diviene così luogo di accoglienza, soggiorno, vitto e alloggio. Nella gestione dell’intero complesso il Commendator Fiorelli è coadiuvato, dal Direttore e maestro Ludovico Carioli, dalla moglie Maria Carioli e dalla suocera Venanzina Cancellieri. 

La struttura, come altri centri di rieducazione dislocati in varie regioni d’Italia, dipende dal Ministero di Grazia e Giustizia e all’epoca i minori in carico di questo Ministero sono soprattutto figli di famiglie numerose e povere, uscite disastrate dalla guerra. Spesso le madri per salvarli dalla fame e dai pericoli del degrado, li denunciavano per piccoli reati in modo che potessero stare lontani da situazioni spiacevoli. Provengono da tutte le parti d’Italia, ma maggiormente da Napoli. Soltanto dopo il 1954 arrivano ragazzi, effettivamente colpevoli di reati minori, ma anche loro, per la gran parte, denunciati dai genitori perché l’Istituto significa l’allontanamento da situazioni di illegalità, in cui i loro figli possono perdersi. Nel tempo il numero dei ragazzi aumenta fino ad arrivare al picco più alto di 270 / 320 presenze. Alla fine del ricovero poteva accadere che gli stessi genitori chiedessero la riassegnazione per un ulteriore periodo di tempo e, se il Tribunale dei minori acconsentiva, alcuni rimanevano per poter continuare ad imparare un mestiere.

In questo Istituto infatti, mentre frequentano la scuola obbligatoria delle cinque classi delle elementari, sotto la guida dei maestri d’arte, i ragazzi possono apprendere diversi lavori: dal falegname, al fornaio, al fabbro, all’elettricista. Tutto ciò avviene con la supervisione del Censore, cioè il referente e capo degli istitutori, ai quali sono affidati. Dal 1953 fino 1973 Censore è il maestro Cesare Antonini di Camerino, anche insegnante all’interno dell’Istituto. All’epoca molti insegnanti del territorio in cerca del primo incarico, come ricorda il maestro Mario Cecchetti di Belforte del Chienti, scelgono l’Istituto come luogo di lavoro. Nell’arco degli anni si conta la presenza di 15 insegnanti tra cui Valerio Franconi, Giuseppe Menchini, Cesare Antonini, Tommaso Romaldini, Piera Carioli, Angela Cittadini, Franco Lazzari, Giuseppe Martini. Il Direttore della struttura è dal 1954 al 1958 il maestro Ludovico Carioli, scomparso prematuramente.  Prima di lui si erano avvicendati il maresciallo in pensione Cardurani e il professor Partenza. Sia il Direttore che il Censore, ognuno nel proprio ruolo, affiancano nella conduzione dell’Istituto il Commendatore Fiorelli e sua moglie Maria.

Nel 1957 il Comm. Mario Fiorelli cede la Direzione alla Provincia Romana dell’Ordine dei Servi di Maria, riservandosene la Presidenza, con l’accordo sia del Direttore del Centro di Rieducazione dei minorenni per le Marche, sia del Ministero di Grazia e Giustizia. Il Direttore diviene allora un frate. I primi sono Padre Carlo Rocchi e Padre Gabriele Gravina. Poi arriva Padre Adriano Somma, che rimane per un lungo periodo di tempo. A lui si deve l’installazione dell’impianto di riscaldamento. A ridosso degli anni ’70 l’Istituto viene tramutato in Istituto Medico Psico Pedagogico e la scuola interna diventa ad Indirizzo speciale. Questo perché nel tempo è cambiata anche l’utenza e arrivano molti ragazzi con problemi a livello psichico. Si verificano così cambiamenti inevitabili sia nel lavoro scolastico, sia nell’organigramma dell’Istituto stesso, dove entrano a far parte psicologi e pedagogisti. L’ultimo dei Direttori è Padre Tommaso, che rimane fino al 1978 anno in cui l’Istituto chiude. Ѐ quindi affidato in custodia per evitare che venga danneggiato, poi è venduto ad una ditta privata che lo trasforma negli anni ’90 nell’attuale Residence S. Chiara.

 

La struttura

L’edificio era di tre piani e aveva una forma ad “L”. Al piano terra c’era l’ingresso principale e alla sua sinistra la Cappella, dove i ragazzi ogni domenica assistevano alla Messa, aperta anche agli abitanti del paese. Il maestro Nelio Biondi di Camerino aveva creato un coro che animava la cerimonia. Era un bravissimo musicista e si dedicava anche a mettere in scena con i ragazzi delle operette che lui stesso componeva. Ѐ suo l’inno dell’Istituto cantato dai ragazzi in ogni occasione speciale. Iniziava così:

 “Giovinetto che passi e ci guardi, 

   vuoi sapere che divisa indossiamo? 

   Della guerra i figli noi siamo, qui ci accolse cristiana bontà….”.

Grazie a lui il coro dei ragazzi vince due concorsi nazionali di canto corale a cui partecipano tutte le scuole d’Italia, promossi dalla RAI e dal Ministero della Pubblica Istruzione.

Sotto la sua guida e quella del maestro Giuseppe Ripanucci, molti di loro imparano a suonare uno strumento e si forma una banda musicale. In un edificio a sinistra della chiesa e oltre la strada, dove era stato precedentemente il guardaroba, viene perciò attrezzata una stanza per la musica e vi si tengono le lezioni e si fanno le prove. La banda dei ragazzi è anche coinvolta nelle manifestazioni civili e religiose del paese.

Dietro la chiesa era posta la lavanderia e sullo stesso livello, ma a destra, la cucina e il refettorio, dove hanno lavorato per tantissimo tempo Mario Zerani, Francesco Caprari (che è stato presente dal 1956 per 26 anni con compiti anche al di fuori della cucina) e Gino Caprari.

Al primo piano, nell’ala sinistra, c’erano gli uffici del Commendatore, del Censore, del Direttore e della Segretaria, ruolo che per alcuni anni era stato ricoperto da Dina Tomani, e le stanze di rappresentanza; nell’ala destra si snodavano le otto aule scolastiche di 30 mq l’una. 

Il secondo piano era occupato dai dormitori, due di circa 40 mq e altri due di circa 120 mq l’uno. Anche al terzo piano c’erano le camerate. Su ogni piano erano attigui ai dormitori i bagni con l’acqua corrente, fredda nei lavandini e riscaldata da una caldaia per le docce.  

All’esterno, ad est del fabbricato, su un cortile di circa seicento mq, si affacciava un ampio terrazzo, da cui i ragazzi venivano controllati dal Censore o dal suo vice o dagli istitutori nelle ore in cui giocavano a pallone o semplicemente chiacchieravano tra loro. Alcuni degli istitutori giravano anche fra i ragazzi. 

Nell’ala a sinistra del cortile un ambiente viene destinato a teatro. Lì si proiettavano film o si rappresentavano piccole opere teatrali scritte e dirette dal maestro Cesare Antonini e dal maestro Nelio Biondi, che creava anche piccoli musical.

La struttura è parzialmente autosufficiente dal punto di vista energetico. Viene utilizzata la grande quantità d’acqua di un ramo minore del fiume Nera, che vi scorre accanto, per alimentare una piccola Centrale elettrica, nata sulle rovine di uno dei mulini della zona. Quando qualche meccanismo non funzionava, Fra Alfonso era l’addetto alle riparazioni.

Gli obiettivi educativi

L’Istituto nasce con l’intento di promuovere il reinserimento dei ragazzi nel tessuto sociale, quindi questi frequentano la scuola fino alla classe quinta delle elementari all’interno della struttura poi, chi vuole continuare a studiare, va presso la Scuola di Avviamento professionale situata nel paese. Solo negli anni ’60 i ragazzi che si distinguono negli studi frequentano la Scuola media insieme agli alunni di Visso. I Corsi d’Avviamento sono stati istituiti proprio grazie alla presenza dei ragazzi dell’Istituto Fiorelli e al forte impegno del Preside di allora, prof. Mario Benedetti. Alcuni di loro, una volta usciti dall’Istituto hanno continuato gli studi, taluni anche fino alla laurea.  Altri hanno intrapreso la carriera dentro i corpi militari dei Carabinieri, della Finanza o dell’Esercito. Si ricorda particolarmente un ragazzo di cognome Ventre, bravissimo a scuola, che dopo aver frequentato il terzo avviamento agrario a Visso, in seguito alla sua richiesta, è stato trasferito a Pesaro dove si è diplomato. Poi d’accordo con la mamma si è fatto di nuovo internare a Genova per proseguire gli studi, si è laureato e ha intrapreso una brillante carriera.

A coloro che sono intenzionati ad abbandonare gli studi l’Istituto propone offerte formative alternative e diventano apprendisti in vari ambiti lavorativi. L’Istituto ha una proprietà in fondo al Viale che porta in Valnerina, chiamata “la Colonia”, dove sono organizzati Corsi di apprendistato nel campo della meccanica, dell’elettricità e della lavorazione del legno. Vi sono attivi vari laboratori: di falegnameria con Pierino e con Rinaldo, dove vengono realizzate anche sculture in legno; di meccanica-idraulica gestito dal Signor Angelo Ghia; di trattorista tenuto dal geometra Pericle Tomani e dall’ingegnere Antonio Burchi con i quali i ragazzi possono prepararsi a prendere la patente per la guida dei trattori. C’è poi quello del calzolaio tenuto da Pasqualino. Alcuni ragazzi si recano a lavorare in una fattoria di proprietà di Ugo Fiorelli, da cui provengono quotidianamente nelle cucine dell’Istituto molti prodotti come uova, pollame, verdure. Le botteghe del paese li accolgono come apprendisti e li formano al mestiere: il lanificio Romano Cappa, la falegnameria di Pierino, i forni di Antonio e Augusto Cappa, la lavanderia di Pietro Menchini. Alcuni scelgono di lavorare come manovali di muratori. 

Non si pensa per essi soltanto al lavoro e alla scuola, ma anche a luoghi e momenti dove poter rilassarsi o coltivare particolari talenti.

Quando nel 1967 si forma a Visso la Società di calcio, alcuni ragazzi ne fanno parte e ce ne sono di molto bravi come ad esempio Mazzaferri, Grippo e Attilio Marseno che per la sua abilità fa anche parte della squadra di Pieve Torina. Si riporta una sua lettera scritta nel 2024 a Maura Antonini e Venanzina Capuzi. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Molta attenzione viene data all’attività fisica. I ragazzi sono preparati a saggi ginnici, che richiedono un grande allenamento. L’obiettivo, oltre ad essere quello di promuovere il benessere fisico e sviluppare capacità sociali e relazionali tramite il gioco e il rispetto delle regole, è quello di dare serietà alla loro preparazione e di esibirsi davanti alle autorità: il Sindaco, il Prefetto, il Direttore Distrettuale, il Commendatore. 

A sorvegliare ed affiancare i ragazzi ci sono gli istitutori. La loro vita è abbastanza dura. L’orario di lavoro inizia alle 7.00 e finisce alle 20. All’inizio non ci sono pause nelle festività e se qualcuno chiede giorni liberi al Commendator Fiorelli, sempre con fare bonario, risponde:” Ve lo permette la coscienza di lasciar sole queste povere anime di Dio?” 

I primi istitutori che Mario Fiorelli assume sono Cancellieri, Lazzari Gregorio, Antonini, Franconi, Paoletti, Quadraroli, Mattioni, poi ne arrivano altri, come Mario Caramelli, fino ad essere in totale 18. Nel loro lavoro, che copre tutto l’arco della giornata, sono comprese anche le uscite dei ragazzi. Pietro Venanzoni, che abitava vicino all’Istituto, racconta che da piccolo insieme ai suoi compagni si metteva sul muretto confinante con il cortile dell’Istituto a guardare i ragazzi che giocavano a pallone o chiacchieravano fra di loro. Si divertiva molto ad ascoltarli, perché parlavano con i propri dialetti e lui non capiva niente!

Durante la notte la vigilanza è affidata a Pietro Menchini e per un periodo anche a Gino Schiavi. Il guardiano notturno non si può permettere di riposare e gira continuamente nelle camerate anche se con i ragazzi dormono gli istitutori.

Certamente non sono mancati momenti di difficoltà che vengono segnalati al Censore, il quale dispone punizioni, come il non partecipare alla proiezione settimanale del film o alla visione pomeridiana della TV o la più grave, per il ragazzo, il taglio a zero dei capelli.  Qualche schiaffo viene dato, dice Giancarlo Minni, ma nulla di più, anche se si favoleggiava nel paese che si usassero bastoni o cose del genere. In realtà, dice Goffredo Armoni, all’epoca lo schiaffo non era poi così strano visto che anche nelle scuole statali qualche maestro usava la “canna lunga” per colpire chi sbagliava. La disciplina è comunque fondamentale in un contesto dove chi viene ricoverato non conosce regole o non vuole rispettarle. L’Istituto S. Chiara, essendo una casa di rieducazione, è sottoposto a norme dettate da protocolli del Ministero, fondamentali per evitare situazioni spiacevoli tra ragazzi e tra educatori e ragazzi. 

 

La giornata tipica di un ragazzo all’interno della struttura.

La mattina, appena il Censore alle 8.00 suona il fischietto, i ragazzi si alzano e vanno a lavarsi nei bagni vicino alle camerate. Tornati in stanza, ognuno rifà il proprio letto e poi scende a fare colazione nel refettorio con latte, caffè e pane. In attesa dell’inizio delle lezioni, si spostano in cortile dove si gioca o si parla con i compagni. Alle 8.40 entrano nelle aule e escono alle 12.30 con l’intervallo della ricreazione. Racconta il Maestro Valerio Franconi che i ragazzi erano molto veloci nell’apprendere quindi spesso, a lezione esaurita, venivano portati nel cortile a giocare a pallone o a fare una passeggiata o a visitare qualche luogo in particolare, come ad esempio gli allevamenti di trote. Arrivata l’ora del pranzo, si mangia prevalentemente la pasta. Durante il pasto c’è l’obbligo del silenzio e Giancarlo Minni racconta che a volte l’istitutore Livio Quadraroli suonava la fisarmonica. Dopo mangiato, i ragazzi vengono presi in consegna dagli assistenti, che durante le lezioni hanno libertà di uscire, Sono accompagnati nel paese o a fare delle passeggiate. Si sentono allora risuonare nelle strette strade i passi cadenzati di una marcia fatta nel silenzio.  Poi si torna in cortile per circa un’ora e quindi in classe, sempre sotto il controllo degli educatori, e si preparano i compiti per il giorno successivo. Si fa poi la merenda con il pane e la marmellata solida, quella che all’epoca poteva essere tagliata a fette.  Il lunedì pomeriggio invece si vede un film in televisione, in un grande salone dove si riuniscono prima i più piccoli poi gli altri. Prima della cena si va nella cappella per la recita del rosario. Dopo cena è consentito tornare in stanze per stare un po’ insieme a parlare, ma alle 21.00 tutti devono essere già a letto nel silenzio assoluto.

Il sabato è dedicato alle docce, dove non sono lasciati soli, ma sorvegliati da Francesco Caprari.

La domenica pomeriggio, se il tempo è bello, qualche gruppo esce. I ragazzi divisi in squadre in base all’età fanno un giro per il paese senza mai rompere le file.

 

Alcune testimonianze

Il Maestro Fernando Mattioni racconta che era stato assunto come istitutore nel 1954, all’età di 20 anni. Ricorda che la prima volta che entrò nel refettorio rimase senza parole: 270 ragazzi da controllare, ovviamente insieme ad altri colleghi, e il colpo d’occhio ancora non lo dimentica. Erano tutti rasati per il fatto che all’epoca tra la popolazione più povera e disagiata i pidocchi erano la normalità e tagliare i capelli serviva a tutelare la comunità. Oltre al taglio dei capelli, chi arrivava la prima volta in istituto doveva fare il bagno e gli si davano tutti gli indumenti del proprio guardaroba. Tra questi c’era anche una mantella che faceva parte di uno stock di mantelle dei bersaglieri della prima guerra mondiale che il Commendatore fece tingere di blu per poter perdere l’aria militare. 

Ricorda che i ragazzi erano divisi in squadre di 20, ognuna affidata ad un istitutore. Quando uscivano, marciavano se entravano nel paese, ma se si andava verso la strada di Ussita o di Castelsantangelo erano liberi di procedere ad un passo normale. All’epoca tra i 18  istitutori soltanto tre erano della zona.

Dopo due anni ha cambiato ruolo ed ha assunto quello di insegnante sempre all’interno dell’istituto. Ricorda che i ragazzi che entravano in quel periodo erano anche di 10/11 anni e si affezionavano a maestri ed istitutori tanto che alcuni li vollero come padrini di Cresima. Durante questa esperienza di insegnante venne chiamato a fare il militare e venne mandato a Nocera Inferiore. Un ragazzo proveniva proprio da lì e venne a sapere dove stava il suo maestro. Contattò così la famiglia per informarla e la mamma e il papà andarono a trovarlo e lo invitarono a pranzo.

Non tutti però avevano contatti con la famiglia, anche se l’amore verso le madri traspariva dalle lettere che scrivevano in classe. Una volta, ricorda, un ragazzo scrisse:” Non venite a trovarmi, mandatemi il pacco. Io sto bene qui e voi dove siete.

 

Giancarlo Minni racconta:

“Sono entrato in Istituto a dieci anni, il 29 giugno del 1950 e vi sono rimasto venticinque, otto anni come internato, poi come istitutore. Ho conosciuto ragazzi provenienti da tutte le parti d’Italia con alcuni dei quali sono rimasto in contatto. La maggior parte proveniva dal sud. Tra loro c’era un ragazzo molto bravo in matematica, si chiamava Ventre. Diplomato a Pesaro e poi laureato. Un altro di nome Ciliberti, si è laureato ad Urbino alle Belle arti, ha quindi lavorato negli scavi di Pompei. La maggior parte dei ragazzi fino al 1955 erano soltanto poveri, poi sono arrivati ragazzi che avevano fatto piccoli furti. Nell’Istituto c’era rigidità, ma è servita. Non c’era un tempo di permanenza nella struttura uguale per tutti, dipendeva dall’analisi del contesto nel quale il ragazzo avrebbe fatto ritorno.  Quando la famiglia dava motivo di credere che poteva essere un luogo sicuro, il ragazzo tornava a casa in media dopo 5/ 6 anni, il tempo di finire la V elementare e alcuni anche la scuola media. 

C’era molta disciplina. Ogni squadra aveva un ragazzo caposquadra che collaborava con l’educatore. Il silenzio era tassativo. Si poteva parlare liberamente soltanto in cortile. D’altra parte era un Istituto di rieducazione e di prevenzione e pena sotto il controllo del Ministero di Grazia e Giustizia. Alcuni avevano genitori in prigione e il Ministero li ricoverava in Istituto per non lasciarli da soli con il rischio di poter delinquere.

Visso ha tratto molti benefici dall’attività dell’Istituto: noi istitutori ci avvalevamo dei servizi del paese: il cinema, il bar, la cartoleria, il biliardo. I negozianti erano coinvolti nell’acquisto dei beni alimentari. Ad esempio la frutta veniva comprata da un fornitore locale che la consegnava direttamente alle cucine. Le attività economiche in quegli anni hanno prosperato.”

 

Il maestro Franconi racconta:

“L’Istituto Fiorelli S. Chiara  era di Prevenzione e pena. A chiarezza di questo duplice ruolo ricorda un episodio forse unico nel suo genere. Mentre era ancora istitutore, un giorno arrivò una macchina lussuosa, guidata da un autista, un vero chauffeur, da cui scese un ragazzo che doveva essere preso in carico dall’ Istituto. Tutti rimasero a guardare stupiti! Non aveva commesso niente, ma la famiglia aveva chiesto l’ingresso nella struttura per prevenzione. Altri invece arrivavano perché autori di piccoli reati.

 Le lettere che i ragazzi scrivevano in classe venivano date dai maestri alla Segretaria e al Censore, che conoscevano le situazioni dei nuclei familiari ai quali non tutte le richieste potevano essere inoltrate. Ma quando veniva il Natale i maestri, un mese prima, cominciavano a far scrivere i ragazzi e l’apertura della lettera era quasi sempre:” Cara mamma, il Natale si avvicina….” E poi la voglia di passarlo a casa.

In realtà in molti casi i familiari andavano a trovare i propri figli o spedivano pacchi. Di questi ne arrivavano circa una settantina al mese. E chi li riceveva distribuiva molto del contenuto ai compagni.

Qualche ragazzo nel corso degli anni, ha tentato di scappare e quando questo accadeva bisognava subito sporgere subito denuncia alla Pubblica Sicurezza. Anche il personale dell’Istituto veniva allertato e cercava di ritrovarlo.

Insegnare in quelle classi era diverso rispetto all’insegnamento nella scuola statale. Il problema maggiore era che spesso arrivavano in aula ragazzi di 12-13-15 anni che non sapevano ancora leggere e scrivere e che parlavano esclusivamente il loro dialetto spesso molto diverso dall’italiano. Si utilizzava allora il metodo di insegnamento sillabico accompagnato da immagini che facilitavano la comprensione.

D’estate molti ragazzi tornavano per un periodo a casa, ma chi non poteva o non era il caso che andasse, dopo l’arrivo dei Servi di Maria, veniva portato per 20/30 giorni al mare o in Sardegna o a Francavilla al Mare.”

 

Il maestro Tommaso Romaldini racconta:

Quando sono arrivato nell’Istituto, nel maggio del 1962, avevo il compito di educatore, poi, vincitore del concorso magistrale, dal 1964 ho svolto la mansione di insegnante. Nell’Istituto vigeva una disciplina ferrea. La giornata era scandita da sveglia, colazione, scuola, pranzo e studio nel pomeriggio. Noi insegnanti in tutto eravamo 15.

Spesso si facevano passeggiate o i ragazzi giocavano nel cortile, che era con il pavimento di cemento. Erano divisi in squadre e ognuna era affidata ad un educatore. Quando si usciva con i ragazzi, questi dovevano stare in silenzio e in ordine.

Con i ragazzi bisognava dimostrarsi severi quindi i rapporti non erano troppo familiari, ma nello stesso tempo si veniva incontro ai loro problemi con rispetto e con comprensione.

La maggior parte di loro proveniva dal Meridione, qualcuno dalla Sardegna. Tutti in età che si aggirava tra gli 8 e i 18 anni. 

Ricordo con piacere quasi tutti i ragazzi, con alcuni dei quali mi sento ancora. Qualcuno mi viene spesso a trovare. Tutti hanno formato una famiglia e raggiunto una buona posizione economica. Tra questi ricordo con piacere Attilio Marseno, Flavio Bartella, Carlo Mareddu, Giuseppe Sanna e Renato Pisano.

Cosa ha rappresentato l’Istituto per Visso.

L’Istituto è stato per Visso un importante punto di riferimento lavorativo grazie all’intraprendenza del Commendatore Mario Fiorelli che, nonostante avesse conseguito soltanto la licenza elementare, dimostrò di possedere notevoli capacità imprenditoriali. Era una persona attiva, intuitiva, pacata e scaltra. Con il suo fare spesso non formale riusciva ad ottenere molto dai suoi interlocutori.  Molte persone di Visso lavoravano all’interno dell’Istituto. Molti insegnanti ed istitutori provenivano da paesi limitrofi e spesso alloggiavano negli alberghi o affittavano stanze da privati. Alcuni di loro hanno formato famiglie con ragazze di Visso contribuendo a dare vitalità al paese. Le attività economiche hanno prosperato sia perché maestri ed istitutori frequentavano bar, cinema, sala biliardo, sia perché il commendatore Fiorelli acquistava tutto nei negozi di Visso: pane, frutta, carne, stando attento a dividere le ordinazioni tra tutti. Solo dolciumi, cioccolatini e formaggini di cioccolato, erano acquistati direttamente dalla Ferrero. Quando arrivarono i frati dei Servi di Maria nel 1958, a parte la carne e il pane, tutto il resto veniva comprato da Dino Dabbraccio di Norcia.

Anche i lavori di manutenzione venivano affidati a persone del luogo, come ad esempio i materassi di crine che venivano fatti e restaurati da Ersilia Sbardellati. L’Istituto era dotato di una lavanderia e molte donne del paese erano state assunte per gestirla. Alcune sarte erano addette a rammendare o cucire pantaloni e abiti nuovi e si occupavano anche dello stiro. Del guardaroba era responsabile la signora Venanzina.

Il S. Chiara è stato un Istituto che oltre aver lavorato per il reinserimento sociale di ragazzi sfortunati che hanno in gran parte evitato di perdersi tra le pieghe del malaffare, ha anche dato vitalità a Visso che, come nel passato, ha avuto la possibilità di confrontarsi con una realtà nuova e quindi di crescere umanamente e culturalmente. 

Riguardo ai ragazzi ci può chiedere se gli obiettivi siano stati raggiunti e se il lavoro di tanti abbia dato i suoi frutti. Ci si può affidare alle parole del maestro Franconi considerando comunque che nella variegata realtà dei 320 ragazzi non per tutti si è riusciti nell’intento. Ma questa forse è proprio la vita. 

 “…Alcuni di questi (ragazzi) sono diventati professori universitari, ne abbiamo avuto notizia negli anni, o magistrati di una certa importanza. Uno di loro ha avuto anche il compito di nominare i pubblici ministeri in processi rilevanti”. 

(Da un articolo dell’Appennino Camerte a firma del citato Valerio Franconi)

 

La redazione del testo, come in tutti gli altri testi inseriti nella Mappa di Comunità, è stata possibile grazie alle memorie degli abitanti di Visso, alcuni dei quali hanno lavorato nell’Istituto e alle notizie tratte dalla tesi di laurea del Dott. Emanuele Egidi “Generazione di Pinocchi. Appunti per una storia dell’Istituto di rieducazione per minori “Fiorelli-S. Chiara” di Visso” A.A 2018-2019.