I riti della Settimana Santa
Durante la Settimana Santa a Visso si svolgeva una serie di riti collettivi a cui, secondo la tradizione, partecipava tutto il paese, quartiere per quartiere, adulti e bambini insieme con modalità diverse.
Si iniziava la settimana precedente la Domenica delle palme con la pulizia a fondo delle case per “scacciare la Quaresima”. Le donne liberavano le travi e gli angoli del soffitto della cucina e delle camere dalle ragnatele, sistemavano i vestiti e le coperte invernali ben lavati negli armadi o nei cassetti dei comò, portavano fuori all’aperto e battevano vigorosamente con il battipanni di vimini intrecciati i materassi, per mandar via la polvere. Tutta le stanze venivano lavate con abbondante acqua e sapone: vetri, pavimenti di mattoni (con una spazzola di crine, in ginocchio), zoccoli di vernice smaltata e lampadari.
Alla fine tutto doveva odorare di pulito, perché nei primi giorni della settimana che precedeva la Pasqua il parroco, don Sante, passava a benedire le case, quartiere per quartiere, seguendo un itinerario che era lo stesso tutti gli anni. I bambini lo aspettavano per strada e tenevano informate dei suoi spostamenti le donne, che invece lo attendevano in casa. Accompagnato da due o più chierichetti con la tunica e la cotta, entrava dal portone già aperto, saliva le scale e si fermava nelle grandi cucine o nelle altre stanze di soggiorno, dove trovava solo le donne, gli anziani e i più piccoli, perché gli uomini erano fuori a lavorare. Recitava le preghiere e poi benediceva con l’acqua santa tutte le stanze, spruzzandone con l’aspersorio grosse gocce che poi finivano sul pavimento. Era l’occasione per la famiglia di fare un’offerta alla parrocchia: nel passato si trattava di doni in natura, come uova fresche del pollaio, e in epoche più recenti di un contributo in denaro.
Il Giovedì Santo
Il giovedì santo, dopo cena, le famiglie facevano il giro delle chiese del paese per visitare “i Sepolcri”, che venivano allestiti con i fiori in vaso o recisi prestati o donati dalle famiglie del quartiere. Tutti li chiamavano così e pochi a Visso sapevano che in quegli scenografici baldacchini coperti di fiori e candele accese, dopo la Messa del Giovedì Santo durante la quale si ricorda l’ istituzione dell’Eucarestia e si ripete il rito della lavanda dei piedi, era esposto all’adorazione dei fedeli, in un prezioso ostensorio, il Santissimo Sacramento. Durante la Settimana Santa venivano ‘legate le campane’, cioè non venivano più suonate dal giovedì fino alla mezzanotte del sabato che precede la domenica di Pasqua. Per chiamare a raccolta i fedeli quando c’erano le messe e le altre funzioni religiose, si usava la raganella, uno strumento di legno dotato di una manovella, che veniva azionata da alcuni ragazzi che andavano in giro per i diversi quartieri, portandosi dietro quello strano strumento e gridando forte che c’era la messa o una funzione.
Il Venerdì Santo
Nel pomeriggio del venerdì si celebrava la ‘Messa Matta’, così denominata nella tradizione popolare perché si discostava dalla forma convenzionale, in quanto senza la Consacrazione. Ma l’evento più spettacolare dell’intera settimana era la “Processione del Cristo morto”, che si teneva la sera del Venerdì Santo. La sua organizzazione è cambiata negli anni, almeno a Visso, diventando sempre più simile alle normali processioni, pur continuando a svolgersi di notte.
Tutti uscivano dalle proprie case dopo cena, con qualsiasi tempo, e si recavano nella Collegiata di Santa Maria, in Piazza, percorrendo le vie e i vicoli immersi in un buio fitto, perché quella sera le luci pubbliche venivano spente. Sui davanzali delle finestre erano esposti dei lumi colorati di diverse forme e così nell’oscurità guizzavano piccole fiammelle che rischiavano ogni momento di spegnersi, se tirava un po’ di vento. Nel silenzio che incombeva sul paese, si sentiva soltanto il suono forte del corno e in tempi più lontani quello gracchiante della brogna, l’enorme conchiglia che veniva suonata prima e durante la processione da uno degli uomini a cavallo che precedevano il corteo, vestiti da soldati romani con corazza, elmo e mantello che lasciava scoperte le gambe nel freddo della notte vissana. I cavalli, impauriti dalle fiamme delle torce, scalpitavano e non era facile per i cavalieri tenerli a freno, fermi sul selciato della piazza e poi mentre percorrevano gli stretti vicoli dei quartieri più antichi. Dietro di loro sfilava il ‘cirenaico’, un personaggio che incuteva nei bambini un grande spavento. Era interamente coperto da una tunica nera, con un cappuccio che lasciava intravedere solo gli occhi e la bocca. Portava sulle spalle curve una grande croce di legno, a cui erano attaccate delle catene di ferro che strisciavano a terra, producendo un rumore inquietante. Dietro alle file dei fedeli, che reggevano in mano torce realizzate in casa, facendo colare cera fusa su pezzi di stoffa, o piccole candele schermate da paralumi di carta colorata, procedeva il ‘Cristo morto’, la cui statua di gesso era distesa su una lettiga a baldacchino trasportata da quattro portatori. Era un Cristo seminudo, con una corona di spine sulla testa, con il corpo pallido coperto di ferite sanguinanti e con i segni lasciati dai chiodi sui piedi e sulle mani. La statua della Madre Addolorata, sorretta da altri portatori in tunica bianca seguiva il Figlio, con le mani giunte in preghiera. Dietro camminavano la Veronica, impersonata da una giovane del paese che veniva scelta per i lunghi capelli, che le arrivavano fino alla vita e le ‘Pie donne’, che portavano su cuscini i chiodi e gli altri simboli della Passione. Il corteo procedeva nel buio della notte per le vie del paese illuminate solo dalle fiaccole delle torce o dalle croci issate nei crocevia. Il silenzio era interrotto dalle preghiere e dai canti in latino, lo “Stabat mater” o, in italiano, “Santa madre, deh voi fate che le piaghe del signore siano impresse nel mio cuore”. Dopo aver percorso le vie di Visso, la processione rientrava nella Collegiata spoglia, dove tutte le immagini sacre erano coperte da drappi neri. Al termine del rito, i fedeli, dopo aver baciato il reliquiario contenente un pezzo del legno della Croce, in fila passavano accanto alla statua del Cristo, la toccavano, la accarezzavano o si inchinavano a baciarla..
La Pasqua
Il sabato santo era un giorno di silenzio e di raccoglimento, un intermezzo tra i riti della Passione e la festa della Resurrezione. Era in genere dedicato alle confessioni e ai preparativi per la festa. Alle famiglie che lo chiedevano, il prete benediceva la pizza pasquale, ricoperta da una glassa di chiara montata su cui spiccavano minuscole palline colorate, che facevano gola ai bambini e il salame tradizionale. Sarebbero stati mangiati a colazione proprio la mattina di Pasqua insieme alle uova sode, spesso tinte di rosso scuro e ornate di piccoli ghirigori realizzati con la cera sciolta fatta colare da una candela accesa, e alla coratella di agnello, gli alimenti della tipica colazione pasquale delle famiglie vissane.
Durante la lunga Veglia pasquale venivano benedetti l’acqua e il fuoco e diversi lettori si avvicendavano al leggio posto nella parte sinistra del sagrato della Collegiata per leggere lunghi brani dell’Antico Testamento. Poi iniziava la Messa solenne della Pasqua, in genere cantata in latino, il coro intonava il “Gloria” e quello era il momento in cui il suono a festa delle campane, finalmente ‘sciolte’, risuonava per tutto il paese, dando a tutti l’annuncio della Resurrezione.
La colazione della mattina era il pasto più importante del giorno di Pasqua, a cui si teneva più del pranzo. Parenti e amici si ritrovavano per mangiare insieme le uova sode, la coratella e la pizza dolce con il salame. I bambini, eccitati e vestiti a festa, aprivano le uova di cioccolato che i nonni o gli zii avevano regalato loro, ma spesso restavano delusi dalla sorpresa nascosta dentro, quasi sempre un portachiavi, una medaglietta o un braccialetto di latta. Quando poi i genitori davano il permesso di uscire di casa per la Messa solenne delle 11.15, prima di andare in chiesa incontravano le loro amiche e i loro amici a cui gridavano: “Fuori il verde!” Era un gioco tramandato dai ragazzi più grandi, che consisteva nel procurarsi un rametto di bosso, nel nasconderlo dentro alle scarpe sotto al piede, per poi tirarlo fuori quando incontravano qualche bambino che lo chiedeva. Chi non lo portava con sé, in teoria avrebbe dovuto pagare una piccola multa all’amico, ma raramente questo accadeva.
Per Pasqua tornavano soprattutto da Roma e dal Lazio anche quelli che avevano le loro seconde case a Visso o nei paesi vicini e così le famiglie si riunivano e partecipavano insieme ai riti della Settimana Santa. La Piazza e i negozi si riempivano di gente che acquistava generi alimentari o passeggiava, incontrando parenti o amici.


