La vecchia scuola “Pietro Capuzi”
Chi non ha trascorso a Visso la propria infanzia e, almeno fino agli anni Sessanta, anche la propria adolescenza, non può capire cosa ha rappresentato la ‘vecchia scuola’ per chi ha frequentato lì gli anni delle Elementari e delle Medie.
Quella costruzione degli anni Trenta a due piani, squadrata e imponente e così bene inserita nel contesto urbanistico del paese, aveva i muri esterni color mattone su un alto zoccolo di pietra bianca. Sul davanti si estendeva un grande giardino recintato, diviso esattamente a metà da un viale ricoperto di ghiaia bianca, prima che qualcuno, poco attento all’estetica, decidesse di pavimentarlo. Ai lati siepi di bosso disegnavano i contorni di vaste aiuole dalle forme geometriche, curate da mio padre Renato e da Domenico il giardiniere, all’interno delle quali crescevano grossi cespugli di piante sempreverdi che ci fornivano un nascondiglio sicuro, quando per ore e ore giocavamo a nascondino in quello che per generazioni di bambini è stato un misterioso, affascinante labirinto. E lì, dopo di noi, hanno giocato e raccolto manciate di pinoli caduti dai grandi pini, divenuti con il tempo alberi secolari, anche i nostri figli, per i quali quell’ampio spazio verde resta tuttora uno dei luoghi più cari dell’infanzia.
La breve scalinata di accesso al giardino è ancora affiancata da muri obliqui di travertino, un tempo bianco come lo zoccolo dell’ edificio, in cui sono incastonati due bassorilievi che rappresentano figure stilizzate di giovani che leggono o giocano a palla, da un lato, e dall’ altro, a sinistra, altre figure umane che studiano il volo degli uccelli o piantano semi. Sopra e sotto ciascun bassorilievo, frasi in latino di Cicerone e di Orazio, ancora chiaramente leggibili, ricordano con un po’ di retorica a chi sale quei gradini che la ricerca della verità, sempre faticosa, l’indagine della natura, il lavoro, la cura della mente, attraverso lo studio, e del corpo attraverso l’esercizio fisico, sono caratteristiche specifiche dell’essere umano, un privilegio e un dovere morale.
Il terremoto aveva risparmiato il vasto giardino, ma nello spazio in cui sorgeva la scuola è rimasto per molto tempo solo un grosso cumulo di macerie, il risultato del lungo accanirsi delle benne delle escavatrici contro quei vecchi muri, su cui il sisma aveva aperto grosse crepe e provocato squarci che ad ogni scossa diventavano sempre più larghi, come vere voragini. I camion dell’esercito hanno caricato e portato via tonnellate di macerie e per giorni abbiamo assistito allo strazio di veder scomparire poco alla volta quasi anche le tracce del grande edificio. Nell’enorme cratere rimasto spuntavano ancora qua e là tra i sassi e i calcinacci, travi di legno spezzate, il telaio di ferro piegato di una grande finestra, una porta mezza sfondata e qualche tubo attorcigliato.
Poi sono iniziati i lavori di costruzione del nuovo edificio, completamente diverso da quello demolito sia nello stile architettonico, moderno, sia nella destinazione: solo il piano terra, infatti, almeno nel progetto originario, è stato destinato alla scuola; il resto dello stabile, invece, dovrebbe ospitare la nuova sede del Comune.
E’difficile ormai immaginare come era all’ interno la vecchia scuola. Io ricordo le grandi aule dagli alti soffitti, i lampadari a forma di globo, le pareti bianche ricoperte di carte geografiche, molte dono dell’ allora Cassa di Risparmio di Macerata, e i pavimenti di mattonelle di graniglia rossiccia un po’ consumate, ma sempre lustre. Ai miei tempi l’arredo era quello delle scuole di una volta: la cattedra e i banchi di legno con il piano d’appoggio di lucida vernice nera con due calamai, in cui intingevamo i pennini, attenti a far colare via l’ inchiostro in eccesso, perché altrimenti avremmo corso il rischio di imbrattare in modo indelebile una pagina già scritta, vanificando tutte le nostre fatiche. Non era facile per bambini di sei o sette anni scrivere in bella calligrafia, tenendo la penna ben stretta tra l’ indice e il medio della mano destra sempre macchiati di inchiostro nero! Appoggiato alla parete di fondo c’era in ogni aula un armadietto tinteggiato con vernice color grigio cenere. Sul davanzale di alcune finestre spiccava da lontano una fitta fila di gerani fioriti, rossi e rosa, di cui si prendeva cura qualche maestra o Diana, la bidella.
La stanza centrale del secondo piano era la più accogliente e la più luminosa, perché un grande finestrone faceva entrare la luce anche nelle grigie giornate d’inverno. Era l’aula della maestra Lina Cappa, un’ anziana signora paziente e flemmatica con i capelli raccolti in una crocchia grigia dietro la nuca. Io la ricordo vestita sempre con una vestaglia di cotone nero lucido, mentre ci insegna a fare i puntini, le aste, come allora si usava, e poi a riempire pagine e pagine con le lettere dell’alfabeto, maiuscole e minuscole, o a riconoscere le parole su un grande abbecedario appeso al muro, su cui erano disegnate tante figure colorate.
Ma l’ aula dall’aspetto più insolito era quella del maestro Serafino Pomanti. Egli aveva una singolare passione: imbalsamava gli animali, così nell’ ora di scienze noi alunni assistevamo, senza affatto scomporci e con l’ ingenua crudeltà dei bambini, a tutto il procedimento. Gli animali, una volta imbalsamati – ricordo una volpe, una donnola, un gufo, una civetta e persino un’ aquila reale con uno scoiattolo tra gli artigli – trovavano posto su due banchi appaiati, collocati presso la parete a destra della porta. Capitava anche, però, che Il maestro Serafino ci leggesse, soprattutto mentre aspettavamo il suono della campanella, uno dei racconti del libro Cuore: ‘Sangue romagnolo’, ‘La piccola vedetta lombarda’, ‘Dagli Appennini alle Ande’. Allora ci mettevamo comodi, con i gomiti sul banco e la testa appoggiata sopra alle braccia, ed ascoltavamo rapiti la storia del ragazzo che attraversa l’ oceano per andare in Argentina alla ricerca della madre. Il maestro si commuoveva facilmente e quando leggeva i punti più drammatici del racconto gli si incrinava la voce. Noi facevamo finta di non essere toccati da quelle storie, per sembrare più grandi, ma quando la lettura finiva e sollevavamo la testa, vedevamo gli occhi dei compagni lucidi come di certo lo erano i nostri.
Per gli ampi corridoi, soprattutto alla ricreazione, echeggiavano le note della scala musicale suonate dalla tromba di Peppe Ripanucci, uno dei bidelli, che era anche maestro di musica, o le voci squillanti dei bimbi delle elementari.
E al suono della campanella le classi scendevano le scale in modo ordinato con i loro insegnanti, ma le file si scioglievano subito dopo aver oltrepassato la porta dell’ ingresso laterale, da cui uscivano gli scolari delle elementari, con i loro grembiuli neri, i colletti di piquet bianco e i grandi fiocchi di nylon, rosa per le bambine e azzurri per i maschi. Allora esplodeva la gioia di essere liberi: chi faceva lo scivolo sulla lastra di pietra lucida che fiancheggiava la scala di accesso, chi chiamava ad alta voce gli amici per mettersi d’ accordo su come trascorrere il pomeriggio, chi correva per andare a raggiungere i ragazzi del proprio quartiere, che già si allontanavano a gruppetti ridendo e scherzando, per non fare da solo la strada del ritorno a casa.
Mi fermo ad un tratto su questo ricordo lontano, nitido in questo momento e così struggente, e mi pare per un attimo di sentire ancora quelle grida e quei richiami nell’irreale silenzio che ormai avvolge quel mondo che un tempo è stato così vivo, ma che ora non c’è più. E penso con tristezza che di questo pezzo della nostra storia, individuale e collettiva, ormai non restano più neppure le tracce, se non nella memoria di chi l’ha vissuta.
Venanzina Capuzi

