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I luoghi e il tempo Un piccolo mondo sommerso

Un piccolo mondo sommerso

C’è un piccolo mondo sommerso, qui, nel centro del mio petto. Certi giorni, con la bassa marea, se ascolto con attenzione riesco a sentire in lontananza le campane della domenica mattina che chiamano alla messa. Altri giorni, quando il vento tira forte e le onde si arricciano, si scoprono le montagne, si vedono le cime degli alberi, verdi, alte, proiettate verso il cielo, e tra gli schizzi di schiuma scorgo un vicolo in ombra, la piazza assolata, i tavoli dei bar e noi in un giorno di agosto a salutarci con il pane caldo sotto braccio, a spingere la bicicletta fino a casa, chiacchierando.

Certi altri giorni l’acqua è fermissima, e allora la superficie si fa specchio e riflette. Impossibile guardarci attraverso. Vedo solo la mia faccia, che in otto anni si è fatta di segni. Delle righe curve che riconosco, sono sicura che quella sotto il mio occhio sinistro sia quella incisa dal terremoto e dal tempo che mi è stato necessario per passare dal dolore alla nostalgia.

Altre volte sento che questa immensa massa d’acqua mi schiaccia il respiro di tristezza. Faccio fatica ad aprire gli occhi, a riconoscere le forme familiari dei luoghi della mia vita fino al 2016. La vista sott’acqua è sfocata e quello che una volta era facile ricomporre al tutto da un piccolo frammento, col passare del tempo mi sfugge sempre più spesso e mi costringe a immergermi più e più volte, a trattenere il respiro per avere il tempo di cogliere ancora qualcosa di più.

“Dov’è che era?”. Non ricordo. Non lo ricordo più nitidamente, l’acqua è piena della polvere delle case abbattute. Non riesco più a vedere i volti delle persone, e confondo sempre più spesso quelli dei vivi con quelli dei morti.

Scelgo allora di immergermi sempre meno di frequente, con la speranza che stupirmi di tutto quello che cambia possa consentirmi di tenere la testa fuori dall’acqua oppure mi scacci definitivamente per liberarmi da questo profondo senso di spaesamento.

Questo moto della terra è stato un travaglio, violentissimo, attraverso il quale il mio paese, Visso, come un grembo materno, mi ha spinta fuori, costringendomi a un ritorno impossibile e a sentirmi orfana del mio passato e della mia casa.

“Come era bello!” mi trova a dire. Ma come si può raccontare un paese che non c’è più?
L’alchimia perfetta e ideale che si crea tra la nostra anima e quel luogo. Così forte da disegnare gli spazi nella mente, il modo in cui misureremo tutte le cose, il tempo. Come si fa a raccontare che quel paese era casamia, così tutto attaccato, inseparabile, inseparabili.

E poi, a un certo punto, quando il tempo è passato, non si può raccontare più, e quel paese diventa un mondo sommerso, un altro mondo. Non più casamia, nemmeno la casa.

Un piccolo mondo sommerso
Silvia Sorana

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