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I luoghi e il tempo Il laghetto di Visso

Il laghetto di Visso

Il laghetto di Visso, un piccolo specchio d’acqua, un mondo.

Scorrono i fiumi attraverso i paesi antichi, non smettono mai. Ne disegnano l’insediamento urbano, la vita sociale e culturale, tracciano un solco profondo in cui gli abitanti si affacciano per vedere le loro acque e per pensare, accompagnati da quel movimento peculiare, naturale, affascinante.
Dove andrà quell’acqua? Non riusciamo a dare una risposta certa. Anche per questo quell’immagine misteriosamente ci attrae.
Visso è uno di quei paesi percorsi da quelle acque, imprigionate dagli uomini che vi hanno vissuto, ma per questo, forse, più interessanti, più in grado di raccogliere e raccontare storie a chi sa ascoltarle.
Ma se è facile trovare un paese antico percorso da fiumi, non è altrettanto facile trovare un paese in cui ci sia anche un piccolo spazio, al suo interno, inglobato nella sua vita, dove l’acqua si apre, si acquieta, diventa profonda e forma un laghetto.
Visso, oltre ai suoi fiumi, un laghetto ce l’ha. Non è una cosa da poco; perché se vai ti avvicini, ti fermi, lo guardi, ammiri i suoi colori, puoi anche rispecchiarti in esso, osservando la sua superficie e con il pensiero puoi, infine, anche calarti nelle sue fredde acque, dove la profondità è maggiore, e ricordare la vita vissuta intorno a quel piccolo specchio d’acqua. Forse qualcuno preferirebbe evitare questa immersione, ma come abbiamo detto, a volte, basta il pensiero!
Verso la fine degli anni sessanta del secolo scorso, anno più anno meno, un gruppo di ragazze e di ragazzi trascorrevano le estati lì intorno, gioiosamente.
Un piccolo bar, un biliardino, un jukebox, un capanno per il ballo, un parco fatto di erba, aiuole e pini alti e fitti. Non è un elemento irrilevante quest’ ultimo.
Le partite a biliardino erano vissute con estrema concentrazione ed impegno: era sì importante vincere, certo, ma soprattutto era importante dimostrare di essere bravi.
L’adolescenza, questo esaltante breve periodo della nostra vita che ci fa transitare, esige che tu debba sentire di dover diventare bravo, capace, per cambiare, per progredire, per raggiungere degli obiettivi. Anche un biliardino può avere la sua dignità storica, non vi è dubbio, o almeno questa era la sensazione in quel tempo.
Si parlava, si scherzava, si sorrideva, ci si sentiva uniti, si pensava anche: ciò che avevi studiato, ciò che avresti studiato, la pace, l’amore, la generazione beat.
Poi la musica, il ballo e infine arrivavano i baci. Nel parco, d’improvviso luogo meraviglioso.
Sono ancora estremamente dolci quei baci, carichi di innocenza. Lo senti. Ci hanno insegnato ad amare, ci hanno insegnato a curare l’amore.
Se arresti un attimo, solo un attimo, la tua attività, il tuo pensiero, il tuo cuore e provi ad ascoltare quei baci, a riassaporarli, il sapore dolce lo trovi ancora. Non finirà mai. Sta lì con te, con la tua storia. Ti strappa un sorriso.
Un letterato novantenne, membro dell’Accademia dei Lincei ha scritto: “Della nostra storia rimane l’irripetibile giovinezza. Ciò che siamo stati e non saremo più. A volte penso che la vita sia tutto quello che non sappiamo e non sapremo mai.”
Ecco, quelle ragazze e quei ragazzi queste cose le sanno quando ripensano intensamente al loro piccolo affascinante specchio d’acqua.

Uno di quei ragazzi (Gaetano Carducci).

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