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Storia Visso e i Vissani visti con gli occhi di un visitatore del XVI secolo, Cipriano Piccolpasso

Visso e i Vissani visti con gli occhi di un visitatore del XVI secolo, Cipriano Piccolpasso

Cipriano Piccolpasso, (Casteldurante 1524 – Casteldurante 1579) fu architetto, storico, ceramista, oltre che poeta e dotto autore di interessanti lavori, tra cui “Li tre libri dell’arte del vasaio”. In qualità di “Provveditore alle mura” della Fortezza Paolina di Perugia, nel 1565 ebbe l’incarico dal Legato pontificio di ispezionare diverse fortezze e castelli dell’Umbria e frutto di questa esperienza fu una relazione scritta, commissionatagli poi da Papa Pio IV, dal titolo “Le piante et i ritratti delle città e terre dell’Umbria sottoposte al governo di Perugia”, corredata di bellissimi disegni a penna fatti dall’autore.

Nel corso della sua missione si fermò anche a Visso, dove ebbe modo, non solo di valutare le condizioni della Rocca di Castel S. Giovanni, delle mura e delle fortificazioni, ma anche di farsi un’ idea dell’ambiente naturale, delle attività economiche, del carattere e degli usi e costumi degli abitanti. Piccolpasso dimostra di essere un osservatore attento e curioso, dotato anche di una certa vena satirica. Nella sua relazione, ad esempio, oltre alla pianta e ad una veduta del paese disegnate da lui stesso, riporta pure un’ottava, in cui si parla di Visso con una buona dose di ironia e di umorismo. Il contenuto potrebbe essere sintetizzato così: “Visso esiste da tanto tempo ed è ancora lì, senza ‘mai mutar nome né forma’. Sorge proprio a ridosso dell’Appennino, così vicino che sembra quasi dormirgli addosso. Muta di continuo colore sotto il suo giogo, ma se ne sta sempre immobile, senza mai cambiare niente . Ed è così stretto dai monti, che è già tanto se riesce a sollevare il capo e a guardare un orizzonte che non è ampio neppure quattro miglia”.

 

Il Paese

Visso, scrive Piccolpasso, è circondato da ogni parte da montagne (“non ha niente di piano, ma ogni cosa monti”). Ha un’ aria “sanissima” ma “pate estremi freddi et ha l’estate giocondissima piutosto fresca che affanosa da caldi”. Ha buonissime acque da bere, che sono “le più chiare e le più limpide che di tutti  gli altri luochi, che abbiamo ragionato”. E’ bagnato da due fiumi, uno che viene da Ussita e l’altro da Castello: insieme formano il Nera, che poi si getta nel Tevere. “Si vedono quivi doi fiumi, l’ un viene dalla valle d’ Usita e l’altro dalle valle di Castello, chiamato Castello, l’un passa per la terra et l’altro alle mura; poscia si uniscono et di qui acquistano il nome di Nera, … nome che va con l’effetto essendo quell’acqua di colore negrigno nella quale fanno delicatissime trotte”.                        

Produce grano, biade e vino a sufficienza (i vini sono “per il più cotti”) e legname in abbondanza. A causa del clima rigido per gran parte dell’anno “ha poche varietà di frutti della terra”, ad esempio non vi si producono affatto olio e meloni, e vi si raccolgono solo poche noci, pochi fichi e poca altra frutta. I formaggi, però e i prosciutti sono buonissimi, perché l’abbondanza di pascoli e la buona qualità del foraggio permettono che si allevi un gran numero di capi di bestiame, di grossa e di piccola taglia (“hanno bonissimi formaggi e boni presciutti, per la copia di bestiame et abondanza de paschi”). 

Visso è dominato da “un’alta rocca antica, alta passi per il meno 130, di grosse et forte mura, ma dentro tutta per terra.” Castel S.Giovanni, infatti, a detta del Piccolpasso, stava andando in rovina per l’incuria (“la mala cura”). Sulla sommità della torre più antica (“vecchia”), “che è la maggiore, era una bellissima e fresca cisterna et una da basso della rocca…”, non più utilizzata, perché nella fortezza ormai risiedeva solo “un certo Apolonio di Compagnone de Visse, a cui era data in custodia” e le case, ormai disabitate, avevano i tetti, a suo dire, sfondati. Le mura della rocca e quelle che circondano l’abitato, per lo più in buono stato, a tratti erano dissestate. Non ci sono veri e propri soldati a difesa del paese e neppure persone che esercitano una professione per cui hanno studiato (“dottori”), come avvocati e medici,, ma una “gran quantità di birri, sì bene”. Pochi sono gli artigiani e quei pochi producono tessuti che non sono destinati al commercio, ma solo a soddisfare il fabbisogno di stoffe degli abitanti (“servono per il lor paese”).                                     

A Visso si vive in allegria, perché si coglie ogni occasione per cantare e ballare (“ogni festa si balla, alla maniera di Lombardia e della Riviera di Genova”).

 

Gli uomini e le donne di Visso

Degli uomini di Visso egli dice che sono di bell’ aspetto, ma violenti e spietati nelle questioni di ‘onore’, riguardanti soprattutto le donne: “Gli huomeni di questo luogo sonno di bellissimo aspetto, ma di natura feroci e crudeli nelle cose de l’honore. Le innimicitie in questo luogo non si fanno da scherzo perché di rado o non mai s’incomincia innimicità ch’ella habbia fine senza mortalità d’huomeni; son duri a perdonare le ingiurie et ne casi delle donne…” Hanno inoltre comportamenti disonesti e malvagi. E molti sono i ladri a Visso!                                  

“Gli huomini che habbitano questo paese son d’aspetto terribile et robusto, adorni per il più di scelerati costumi, fioriscono quivi molti ladri; sono otiosi, dediti a servir il criminale”

Le donne di Visso, invece, sono graziose e di bell’ aspetto, anche se malvestite. Però è meglio guardarle senza farle parlare, perché tanto è piacevole il loro aspetto, quanto è fastidioso il loro dialetto e il loro modo di esprimersi. Si mostrano gentili (“cortesi”), soprattutto con i forestieri le donne dei borghi, mentre quelle che vivono nel paese (“quelle della terra”) sono “terribili et dispettose”. In questo paese ci sono molte donne in grado di predire il futuro, e pare che siano molto brave nel fare profezie o “per inclinazion di cielo o perché attendino per quanto si ragiona a incantesimi, a stregarie et ad altri diabolici illusioni”. In particolare, egli racconta un aneddoto che gli era stato narrato durante il suo soggiorno a Visso.                                            

 

La storia della maga Angeruta

Mentre andava in visita a Macereto, dove si stava progettando di costruire intorno all’ antica chiesetta uno splendido Santuario dedicato alla Madonna, si fermò a Visso un illustre personaggio, Alessandro Farnese, “cardinale di molta età”. Durante un solenne banchetto, offerto in suo onore dal Comune di Visso, gli si avvicinò insieme ai suoi due figli già grandi una donna di nome Angeruta, che si inginocchiò ai suoi piedi, rifiutandosi di alzarsi, nonostante lui la sollecitasse a farlo. Il Cardinale lasciò dunque che lei restasse in quella posizione e la invitò a parlare. E lei disse: “Bonsignore, sappia la sua signoria che non varcaranno tanti anni ch’io morò, né varcaranno tanti anni che tu sarai papa. Nota bene le parole ch’io ti dico et raccordati che l’ Angeruta …a quel tempo non sarà viva , saranno ben vivi questi doi miei figlioli ch’io ti presento et raccomando”. Il cardinale, ridendo, le rispose che se la sua profezia si fosse avverata, i figli di Angruta sarebbero dovuti andare a Roma per ricordargli la promessa e lui avrebbe mostrato loro tutta la sua riconoscenza.  Ma la donna capì che si burlava di lei, così per dare maggiore valore alla sua profezia, rivelò anche il giorno, il mese e l’anno in cui sarebbe morta e aggiunge anche che lui, una volta diventato Papa, avrebbe regnato “felice” per più di dieci anni. Poi si rifiutò di aggiungere altro e così il Cardinale le donò diverse monete e lei se ne andò.

Dopo non molti anni si avverò tutto quanto Angeruta aveva predetto: la propria morte e l’elezione del cardinale Farnese a Papa, con il nome di Paolo III. I figli di Angeruta, allora, si recarono a  Roma ben ricordando la promessa fatta alla madre. Furono ricevuti dal Papa, che chiese cosa desideravano da lui. “ Erano quivi molti cardinali et ciascuno stava aspettando sentir qualche gran gratia, atteso che il papa si mostrava molto pronto. Disse il maggiore: ‘Santissimo lo papa, vogliamo che tu ci conceda che nel territorio di Visso niuno possa tener capre senza nostra licenza’. Ciascuno pensi quanto quei signori ridessero”. Anche al papa veniva da ridere per la modestia di quella richiesta, ma disse: “Siavi concesso”. Poi diede loro la benedizione e li congedò, dopo aver fatto redigere un documento che attestava il privilegio che era stato loro accordato. La corte papale commentò e rise per molti giorni per il favore chiesto dai figli di Angeruta, di così poco conto da sembrare “una burla”.  In realtà, essi avevano chiesto molto, cioè la facoltà esclusiva di concedere i permessi per il pascolo della montagna.                                                                     

Il Piccolpasso afferma di non sapere con certezza se la storia che riporta sia vera o falsa, però dice di aver saputo “da gli huomini di quel luoco che i figli di Angeruta cavavano di questo lor privilegio più di 500 scudi l’anno…per il che viveano agiatamente”. Inoltre, considerati i tempi in cui egli scrive, all’autore preme anche precisare che Angeruta non era una strega, ma una donna di “bona et santa vita, se bene noi ii habbiamo dato nome di maga, perché quel signore di cossì santi costumi ( il cardinale Farnese, poi diventato Papa Paolo III) non harebbe dato orecchie ad una fatuchiara maliarda;” e conclude “è da dire adunque che l’Angeruta fosse donna divota et che per le sue bone opere havesse queue inspirationi”. Quindi niente incantesimi né arti magiche, che a quell’epoca erano guardati con sospetto: quello della profezia, a suo dire, era un dono divino ad Angeruta per la santità della sua vita.

I passi riportati sono tratti da “Le piante et i ritratti delle città dell’Umbria sottoposte al governo di Perugia” di Cipriano Piccolpasso, Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte, 1963. Una copia del libro, di un certo pregio, si trovava anche nella Biblioteca Comunale di Visso, ma è stata danneggiata in modo irreparabile, insieme ad altri 170 volumi, dalle infiltrazioni di acqua verificatesi dopo la nevicata del gennaiio 2017 nelle pareti dello stabile fortemente lesionato dal terremoto del 2016. 

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