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I luoghi e il tempo Via Giacomo Leopardi

Via Giacomo Leopardi

Sono nata al ‘Pantano’,così i Vissani del centro chiamavano il mio quartiere, e lì ho vissuto la mia infanzia, ma in questo momento non mi vengono in mente quelle case, quei muri e quegli orti. Penso invece, e me la vedo davanti agli occhi, a Via G. Leopardi, dove io e la mia famiglia abbiamo vissuto per diciotto anni, al secondo piano di una casa dalla facciata color salmone e le finestre con l’architrave ad arco, al numero 5. Lì sono cresciute e diventate grandi le mie due figlie.                  

Via Giacomo Leopardi è uno dei vicoli che fiancheggiano e circondano la Piazza di Visso e si snoda, lunga e stretta, dai muraglioni costruiti ai tempi di Pio IX per arginare le piene del fiume Ussita, fin nei pressi del Campo della fiera, dove tutti i venerdì d’estate si teneva il mercato. Antiche case dai muri di pietra o dall’intonaco scolorito dal tempo vi si affacciano alte e tra i tetti che quasi si toccano si vede spuntare a tratti qualche lembo di cielo, azzurro nelle belle giornate di sole. Rumori e suoni familiari mi raggiungevano dall’ esterno, diversi nelle varie ore del giorno: la voce di Teresa, che dalla finestra della casa davanti alla nostra gridava la lista della spesa al marito Pietro già sceso giù in strada, il leggero cigolio delle ruote del carrettino a mano di Elio che trasportava giornali o piccoli oggetti da vendere dal magazzino alla cartoleria in Piazza, le grida e i richiami delle mie figlie bambine che giocavano a nascondino con altri sette o otto monelli che abitavano nel quartiere, le voci garbate della signora Chiara e di Anna Teresa, che da una delle finestre delle loro case, una dirimpetto all’ altra, parlavano di cosa avrebbero cucinato per cena o del concime migliore per i loro gerani. Vilna passava diverse volte ogni giorno con il suo passo veloce e si fermava a parlare con qualche vicina degli ultimi eventi del paese, delle erbe che aveva raccolto o della marmellata di more che aveva appena finito di riporre nei barattoli. A volte sentivo suonare il campanello del piano di sotto: qualcuno cercava d’urgenza il dottore e la moglie Antonia si affacciava per farlo entrare in casa o per fornire informazioni su dove trovarlo. E vedevo Tancredi, il farmacista, vestito d’inverno come d’estate con una larga giacca da cacciatore sugli ampi calzoni di velluto a coste pesanti e con la ‘scoppoletta’ di lana saldamente calzata in testa, tirare fuori e rimettere dentro al garage di casa sua, dopo un breve giro senza meta, la sua Cinquecento almeno una decina di volte al giorno. Di notte, nel tranquillo silenzio che avvolgeva la piazza e i vicoli, si sentivano solo i rintocchi dell’orologio del Palazzo dei Priori, più forti per indicare le ore e più lievi per segnalare i minuti.  

Ora tutto tace in quel vicolo. I muri delle case, che sembravano assorbire la luce del sole e regalare frescura anche nel caldo afoso di agosto, sono attraversati da crepe profonde e da  squarci larghi come ferite. Non c’è più vita in Via G. Leopardi. Il silenzio profondo che incombe sui mucchi di macerie sa di abbandono e di morte. 

 

Venanzina Capuzi

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