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I luoghi e il tempo La Concezione

La Concezione

Svegliarsi prima dell’alba e percorrere una salita ripida e interminabile tra i vicoli del centro solo per sentire messa non è esattamente la mattinata ideale nella mente di una bambina. La chiesetta della Concezione, un piccolo edificio sviluppatosi intorno al sedicesimo secolo dove prima sorgeva un antico eremo, si raggiunge, difatti, imboccando via dei Varano da Piazza dei Martiri Vissani; la “scalata” si conclude sul piazzaletto della chiesa, e il primo dei grandi premi per averla portata a termine si nasconde ancora ai miei occhi intorpiditi dal sonno. Con la mia incurabile flemma,puntualmente, come ogni anno, faccio uscire i miei genitori più tardi di quanto vorrebbero e, non contenta, mi trascino sulla salita con la stessa rapidità di un corteo di monaci in processione; a differenza loro, però, la mia mente non è impegnata in una profonda contemplazione dei misteri della fede. A causa del mio ritardo, non riusciamo a trovare posto vicino all’altare: la chiesa è piccola il giusto da accogliere tutti i partecipanti senza avanzare spazio, concedendomi, all’entrata, di lenire le mie guance intorpidite dal freddo col calore di tanti corpi messi assieme in una stessa stanza. Finalmente mi sono risvegliata abbastanza da annoiarmi; non ho ancora trovato un’attività sostitutiva al riconoscimento passivo delle varie fasi della messa, le letture e il Vangelo sono storie che ascolto con piacere ma ci sono molti altri spazi morti da occupare durante il rito. Guardandomi intorno, noto strani rilievi su pareti e pavimento, con scritte incise in un alfabeto molto simile a quello che sto studiando a scuola, leggermente diverso in alcuni dettagli, e in una lingua simile alla mia sotto certi aspetti, totalmente diversa per altri che devono essere importanti abbastanza da impedirmi di comprenderla. La preparazione dei doni eucaristici mi distoglie dalla mia inconclusiva lettura, è quasi ora di tornare a casa, forse posso godermi in pace il resto della giornata. “Comunicazioni…” la parola, pronunciata dal prete, segnala alla mia mente la fine dell’eucaristia e dunque della celebrazione; “la messa è finita…” andate in pace, eccoci, ora tutto ciò che mi separa dalla mia Nintendo è il freddo che dovrò affrontare una seconda volta prima di guadagnarmi la porta di casa. Cominciano i canti di chiusura, qualcuno apre il portone;la luce portata dall’alba, ricompensa di cui sopra, saluta la folla in discesa verso la piazza, definitivamente uscita dallo strano spazio liminale, né giorno né notte, che annualmente si crea nell’ambiente della chiesa. I rilievi di prima continuano a stuzzicare la mia curiosità, prontamente soddisfatta da mia madre spiegando che si trattano di tombe inscritte in latino: “Allora mamma voglio diventare una latinista!”, così la prossima volta saprò leggerle davvero. La seconda ricompensa per la levataccia imposta alla cittadinanza intera è lo squaglio, una sorta di “cioccolata calda” che viene preparata in occasione della festa dell’Immacolata; la servono nell’oratorio, affacciato sulla piazza. Ritrovarmi inavvertitamente in mano un bicchiere di quella cioccolata, assieme ai dolci pizzicotti che l’aria fredda molla alle mie narici e alle carezze fatte ai miei occhi dalla debole luce della mattina, completa un sentimento di torpore e pace che mi mancherà genuinamente, in futuro; questo, però, non posso ancora saperlo.

Fanny Sabbatini

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