Visso: i giorni e le stagioni
Quando mi è stato chiesto di scrivere qualche riga per evocare il mio luogo del cuore a Visso, ho pensato trattarsi di un impegno non particolarmente gravoso. Ed ho accettato senza esitazioni. Errore gravissimo…
Me ne sono reso conto appena seduto davanti al computer per buttare giù le prime idee. Perché non esiste un unico luogo del cuore. Perché Visso stessa, l’intero paese è il mio luogo del cuore. Il luogo dell’infanzia, della serenità perduta e solo saltuariamente ritrovata. Il luogo che suscita ricordi reali frammisti ad immagini più sfocate: velate dal dubbio che si tratti di costruzioni fantastiche, prodotte dalla mente di un bambino di pochi anni. Perché i miei ricordi vissani si scontrano con un doppio limite: da un lato quello di essere legati all’infanzia; dall’altro, di essere ricordi che risalgono ad oltre mezzo secolo fa…..
Per di più la nostalgia del passato assume a volte un valore consolatorio, esaltando i momenti positivi e relegando nelle retrovie (inconsciamente o meno, poco importa) quelli meno piacevoli. Creando così il rimpianto per un vissuto privo di ombre, per una sorta di paradiso perduto spesso assai lontano da quella che fu la “realtà reale”.
E in questo tentativo di far riemergere ricordi il più possibile veritieri, ho provato a ricostruire il trascorrere di una tipica giornata vissana degli anni ‘60, vista attraverso gli occhi di un bambino di più o meno dieci anni. Riaffiorano da qualche angolo remoto della memoria, in un continuo gioco di luci e di ombre, immagini a volte incredibilmente nitide che sembravano perse nel passato….
Il paese si svegliava prestissimo. Fra le cinque e le sei del mattino i bar aprivano i battenti, estate e inverno. Già dopo qualche minuto arrivava il primo autobus della giornata. L’autobus o il “postale”, come si ostinavano a chiamarlo le persone più anziane. Il nostro cordone ombelicale con il resto del mondo, il mezzo che ci consentiva di superare un isolamento millenario, di ricevere notizie, giornali, corrispondenza.
I plichi destinati al paese venivano lasciati nei caffè o addirittura sul marciapiede, in attesa che venissero recuperati dai diretti interessati. E così i bar erano punto di appoggio per autisti e passeggeri, ma anche per coloro che si recavano a ritirare ciò che arrivava spesso dalla città.
Erano ore strane, ancora sospese fra la vita e il sonno. Soprattutto d’inverno: quando l’alba stentava ad arrivare, avvolta da una densa coltre di nuvole grigie, e i pochi passanti erano ombre che si identificavano solo nel momento in cui entravano in un cono di luce.
Ben presto le campane ci riportavano alla realtà. La prima messa delle sette faceva convenire in chiesa un numero di persone oggi impensabile. E i bambini che erano destinati a svolgere mansioni di chierichetto secondo turni precisi ed immutabili (a me spettava immancabilmente il giovedì) incrociavano sia coloro che erano già in attività, sia i fedeli che uscivano infreddoliti dalle case per raggiungere la Collegiata.
Più tardi, verso le otto, l’orologio del municipio attaccava una singolare nenia che segnalava l’imminente inizio delle lezioni. Ed ecco che, oltre agli alunni “normali”, comparivano due colonne di alunni “speciali”: la prima era composta dai ragazzi del riformatorio (gran parte dei quali provenienti dal Sud Italia), che in fila per due raggiungevano l’edificio scolastico, in un ordine quasi militaresco; la seconda, usciva invece da un collegio gestito da suore che ospitava bambini e bambine della zona, affidati dalle famiglie alle cure delle religiose. Una colonna, la seconda, assai meno ordinata della prima ma più chiassosa, più allegra.
Aprivano poi le numerose botteghe artigiane ancora esistenti, nella felice ignoranza di un futuro prossimo che le avrebbe spazzate via quasi tutte, dopo secoli di onorato servizio. Aprivano i falegnami, il fabbro, il materassaio, il mulino. Aprivano le botteghe dei sarti e delle sarte, dei barbieri e delle parrucchiere, quelle dei meccanici e dei riparatori di biciclette. Aprivano infine le vecchie osterie, destinate anch’esse ad estinguersi nel giro di pochi anni insieme a quella cultura del vino che per secoli (per millenni…) ha caratterizzato la nostra società.
E aprivano anche gli uffici pubblici. Perché a quei tempi la popolazione di un piccolo paese di montagna poteva usufruire di una quantità di servizi oggi impensabile, anche in realtà ben più grandi. Avevamo un pretore con tanto di cancelliere, un ufficio del dazio, un ufficio postale ed il connesso servizio di distribuzione a domicilio della corrispondenza due volte al giorno; un sistema di nettezza urbana che raccoglieva i rifiuti a giorni prestabiliti; un asilo, una scuola elementare, una scuola media ed una scuola di avviamento professionale; un ambulatorio (con medico, infermiera ed ostetrica) in grado di prestare le prime cure in caso di necessità; autobus che ci collegavano con il capoluogo di provincia e con la capitale; un consorzio agrario, un ufficio telefonico, la stazione dei carabinieri e la stazione del corpo forestale. E non mancava neppure il carcere (praticamente sempre vuoto…) con tanto di carceriere!
I ritmi abituali della mattina – artigiani e impiegati al lavoro, casalinghe intente a fare la spesa, pensionati a zonzo e nullafacenti in circolazione – venivano falsati ogni venerdì dalla giornata di mercato. L’evento era preannunciato già alle sette del mattino dal poderoso altoparlante del pescivendolo che proveniva dalla costa. E il giorno di mercato, puntuali come orologi svizzeri, scendevano a valle anche le suore di un monastero che si trovava a qualche chilometro dal paese. Le chiamavamo “suore cappellone”, appartenevano (credo) all’ordine di San Vincenzo de’ Paoli ed arrivavano immancabilmente incapsulate in una seicento multipla color verde pisello. Mi sono sempre chiesto come facessero ad incastrare i loro copricapi bianchi ed appuntiti dentro la vettura: ma si tratta di una domanda che non ha mai avuto risposta….
C’erano poi altri due appuntamenti settimanali che scandivano la mia vita familiare (e qui siamo ormai a ricordi di oltre sessant’anni fa, di quando ancora non andavo a scuola…).
Il primo era con Petronilla, un’anziana donna del paese che – se non ricordo male – cadde nel fuoco da bambina, rimanendone sfigurata a vita. Il suo volto coperto di bruciature incuteva timore. E quando suonava il campanello di casa per ricevere l’abituale elemosina mi nascondevo da qualche parte, in attesa che la prozia che viveva con noi procedesse all’obolo e mi liberasse di una presenza piuttosto ansiogena…
Il secondo appuntamento (forse il sabato mattina..) era con un piccolo frate che viveva con la sua comunità nel convento che sovrasta il paese. Fra’ Raniero veniva con la sua sporta marrone e, mi sembra di ricordare, ci portava regolarmente anche l’ultimo numero di Famiglia Cristiana. Era una presenza rassicurante, tranquilla. Insomma niente a che vedere con Petronilla….
All’una del pomeriggio, dopo l’uscita dalla scuola, scattava il coprifuoco. Il paese si svuotava: negozi e uffici chiusi, botteghe sbarrate, tutti in casa a mangiare. Rimanevano aperti i soliti bar, peraltro deserti fin verso le quattordici quando gli “uomini” arrivavano in massa e fra un caffè ed un digestivo si dilungavano nelle abituali partite a carte. Noi ragazzini giravamo intorno, guardavamo i giocatori in silenzio per non disturbare e per non essere cacciati in malo modo. Poi, progressivamente, riprendevano le attività lavorative.
Con il calare del buio la gente andava rintanandosi per il freddo, mentre le strade si svuotavano soprattutto dopo le cerimonie religiose del tardo pomeriggio. E in serata, alcune allevatrici passavano di casa in casa per la distribuzione del latte munto in giornata.
Più tardi anche i caffè, che avevano visto l’inizio delle attività giornaliere, chiudevano finalmente i battenti. Restavano aperte, ancora per un po’, le vecchie osterie. Mentre gli alberghi sprangavano i portoni pronti a riaprire se, nel cuore della notte, qualche viaggiatore decideva di fare una sosta nel lungo e faticoso tragitto dall’Adriatico al Tirreno o viceversa (a quei tempi le condizioni delle strade erano pessime…)
Tento di recuperare altre immagini, altre sensazioni. Torna alla mente l’importanza delle stagioni, che offrivano schemi certi e precisi entro i quali muoversi, scevri da sorprese. Ci si accomodava spontaneamente ai cicli della campagna in obbedienza a tradizioni consolidate. Apparentemente immutabili….
La primavera: i primi tepori mattutini, il profumo delle “pizze di Pasqua” aromatizzate con le immancabili “gocce”; il sacerdote che benedice all’alba le campagne per le “rogazioni” nei tre giorni che precedono la festività dell’Ascensione; le verdure della bella stagione, finalmente diverse da quelle tristi dell’inverno; le uova che vengono conservate sotto calce per quando non ve ne saranno a sufficienza; le giornate che si allungano; il sole che riesce a sconfiggere le cime delle montagne.
L’estate, il periodo del sole e delle vacanze, con il paese invaso da villeggianti provenienti soprattutto dalla capitale. Era il tempo delle lucciole che punteggiavano le serate prolungate dal ritorno dell’ora legale; delle cacce al tesoro, degli schiamazzi notturni (impensabili in qualsiasi altra stagione dell’anno), delle inusuali file nei negozi, dei jukebox con le loro colonne sonore che hanno segnato un’epoca. Era anche la stagione delle presenze inattese: come quella, fugace, di Virna Lisi in un caldo pomeriggio estivo.. O ancora quella di Gino Cervi che trascorse a Visso un periodo di vacanza: il Borsalino portato con grande eleganza e la gentilezza nel rispondere al saluto dei paesani…
Le feste dei due patroni quasi a sottolineare i limiti temporali dell’estate. I gelati giungevano a fine giugno in concomitanza con la festa di San Giovanni. E si dileguavano a settembre poco dopo la solennità della Madonna Bruna. E in entrambe le occasioni compariva, immancabilmente, il venditore di palloncini che si sistemava non lontano dalla Collegiata, vicino all’ “Arco di Piazza”.
L’autunno: il tempo del ritorno a scuola, della “festa degli alberi”, della memoria del Quattro Novembre ai piedi dei Monumento di Caduti. Ma anche il tempo della legna stipata per l’inverno; dei pomeriggi sempre più brevi e delle serate sempre più lunghe; delle foglie morte e delle prime ventate fredde.
E poi l’inverno, la stagione più dura: le stalattiti di ghiaccio che pendono dalle grondaie e mio padre costretto a romperle con una grossa pala per aprire le persiane della finestra che affaccia sulla terrazza; l’odore del camino e delle stufe a carbone; le “cucine economiche” (straordinario esempio di ottimizzazione delle risorse) a pieno regime; il freddo sempre più pungente; la novena nella chiesa dell’Immacolata Concezione; lo squaglio di cioccolato e i “focaracci”. E più avanti il tradizionale “veglione” di Carnevale con la gara per il costume più bello, i visi accaldati, le grandi quantità di dolci ingozzati alla rinfusa…
Vivevamo in un piccolo eden? Forse no. Ma è bello ricordarlo così, come un angolo di universo dove tutto scorreva senza scossoni, dove la vita era semplice, priva di troppe sovrastrutture. Un piccolo mondo sparito. Ben prima delle devastanti scosse del 2016. Un mondo che può essere recuperato solo nella nostra memoria. E che in qualche modo ci consente di dire che, forse inconsapevolmente, abbiamo tutti vissuto una parentesi di felicità.
Giorgio Di Pietrogiacomo