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Storia LA BATTAGLIA DEL PIAN PERDUTO: tra storia e leggenda

LA BATTAGLIA DEL PIAN PERDUTO: tra storia e leggenda

La Battaglia del Pian Perduto è un poemetto anonimo in ottava rima di 116 strofe più il proemio. Fu pubblicato per la prima volta a Foligno nel 1914 nella tipografia di Giuseppe Ciampi come supplemento al giornale La Nera, il periodico di Visso, agli inizi del Novecento. Padre Pietro Pirri, che curò la prima edizione a stampa, avanza  l’ipotesi che sia stato composto in due epoche diverse e da due distinti autori: il primo, un ‘rozzo pastore’, probabilmente un certo Berrettaccia di Vallinfante, una villa di Castelsantangelo, avrebbe concepito la prima parte nel XVII secolo o agli inizi di quello successivo e poi un altro poeta forse della stessa guaita, ma più istruito, forse un prete, avrebbe continuato l’ opera rimasta interrotta alla strofa 98, dopo la discesa in Italia di Napoleone, probabilmente dopo il 1798, perché in essa si fa riferimento alla resistenza degli abitanti di Montegallo ai Francesi invasori. 

L’ opera si inserisce nel solco di una tradizione molto radicata nei secoli scorsi in tutta la zona dei Sibillini, quella dei pastori poeti. I pastori dei nostri monti praticavano la transumanza e quindi, come dice il Pirri, “ dividevano la vita tra la solitudine della campagna romana e quella delle cime dell’Appennino, “uomini seri di carattere, taciturni e silenziosi, sereni dinanzi alla morte come filosofi, in diretto contatto col mistero della vita”.  Alcuni, mentre portavano al pascolo i loro greggi nelle assolate giornate d’estate o mentre sedevano a veglia intorno al focolare nelle lunghe serate d’ inverno, non solo erano in grado di recitare a memoria interi passi della Divina Commedia, dell’ Orlando Furioso o della Gerusalemme Liberata, ma improvvisavano anche brevi canti d’ amore o strofe di poemi più lunghi. Avevano una straordinaria abilità nel  mettere le parole in rima e sapevano anche utilizzare semplici artifici poetici, come similitudini, onomatopee e anafore.

La Battaglia del Pian Perduto racconta uno dei tanti scontri, in realtà poco più di una scaramuccia, avvenuti nel passato tra Visso e Norcia, due città confinanti, che per lungo tempo si sono contese alcuni territori di confine, in particolare il Piano di Gualdo, nei pressi di Castelluccio, rivendicato da entrambe per l’estensione dei suoi pascoli. Il Comune di Visso aveva iniziato ad espandersi verso i confini di Norcia già nel 1249, accogliendo come propri “castellani e comunali” gli uomini di Gualdo, che divenne in questo modo un suo avamposto e poi acquistando nel 1325, per trenta libre di denari, sei modioli di selva e un casaleno (un piccolo casale), il castellare o rocca di Berrettuzio, situata nel Piano di Castel di Monteprecino ( Castelluccio), fuori dal territorio comunale, generando l’ostilità di Norcia.                                                   

Più volte Vissani e Nursini si erano scontrati in combattimenti più o meno importanti, più volte si erano sfidati indirettamente, magari dando manforte ai pastori che abitavano nei rispettivi avamposti, Gualdo per Visso e Castel Precino per Norcia, nelle controversie scoppiate in genere per qualche sconfinamento o per l’utilizzo di qualche fonte. E più volte le due rivali avevano chiesto arbitrati, sottoscritti da entrambe le parti e mai rispettati. Un lungo e complicato elenco di fatti storici documentati testimonia la lunga ostilità tra Visso e Norcia. Essi rappresentano dunque il sostrato da cui trasse ispirazione l’anonimo poeta (o gli anonimi).

Questa condizione di perenne ostilità è espressa anche nel poemetto (sempre stavieno come cani e gatti, dice infatti  l’autore della Battaglia del Pian Perduto). Il 20 luglio 1522  Visso e Norcia  si misurarono in una battaglia, grande almeno nella narrazione  del pastore poeta, che la racconta con toni a tratti  ironici e a tratti epici, e secondo un punto di vista certamente non obiettivo, perché apertamente favorevole a Visso. Il motivo scatenante dello scontro, a suo dire, fu il furto di un faggio da parte di un ‘marrano’ di Gualdo che doveva aggiustare una treggia( Giorro gualdese da bisogno mosso/Di Cànetra nel bosco taglia un legno/Di Norcia il guardian gli corre addosso, Ma il bravo Giorro lo fa stare a segno:/ Ogni norcin da questo fatto scosso / D’armarsi contro Visso fa disegno/ Norcia che ha più di forze vincer crede,/ Ma vince Visso che nei Santi ha fede). Nel poema non vengono risparmiati giudizi  infamanti ai nemici di Visso. Gli abitanti di Castelluccio, alleati di Norcia, sarebbero discendenti di zingari (Sotto a Vetore v’ha un piccolo castello/Da zencari fonnato senza fallo). Gli abitanti di Norcia, dal canto loro, discenderebbero da un gruppo di Ebrei cacciati da Roma dall’imperatore Vespasiano. Questi, dopo aver vagato per diversi luoghi, avrebbero fondato una città proprio  in mezzo all’ Appennino, Norcia appunto, che si sarebbe subito mostrata prepotente con i vicini ( a contrastar co’ li vicin comènza) e a tentare di sottometterli. Questa sorte toccò anche a Castel Precino (Castelluccio), ma gli abitanti di Castelluccio e quelli di Norcia erano destinati ad andare d’accordo, a causa della loro natura malvagia ( a mescolà li zencari e li Ebrei …che progenia ne po’ riuscì mai…). 

Visso e Norcia, dunque, si preparano alla battaglia organizzando i loro eserciti, per concludere con le armi la lunga controversia sui confini. I soldati di Visso sono uomini delle sue guàite: vengono infatti da Castelsantangelo, da Ussita, da Aschio, da Villa S. Antonio, da Cupi e si radunano presso la Spina di Gualdo, dove sfilano dietro ai propri vessilli. Le armate di Norcia sono invece raccogliticce e formate quindi da combattenti poco motivati. Nonostante l’ esagerata sproporzione delle forze, 6000 nursini contro 600 vissani secondo la tradizione, Visso ha la meglio. Norcia, infatti, subisce una pesante sconfitta e i Norcin, sbandati in mezzo alla nebbia scesa dal Vettore e anche in preda ai fumi dell’alcol, a detta del poeta, strippavansi tra lor. I Vissani, invece, avevano invocato l’aiuto di Santa Margherita, di cui proprio il 20 luglio ricorreva la festa, e così, illuminati dal sole, si erano battuti con coraggio fino alla schiacciante vittoria sui loro nemici (sicchè allor quando si fu giunto a sera/ Era distrutta la norcina schiera), ai quali sottrassero anche il vessillo, che, mai restituito a Norcia, fu portato nella Chiesa di San Sebastiano a Castelsantangelo.

L’ anonimo poeta tralascia di raccontare un episodio che non fa certo onore ai Vissani, narrato da una Cronachetta  vissana contemporanea ai fatti. Sarebbero state le donne gualdesi a far ubriacare i soldati di Norcia e pure a distrarli, concedendosi a loro, o comunque esse avrebbero dato un contributo importante alla battaglia, scagliando sassi contro i nemici, quando dopo la battaglia tentarono di assalire Gualdo, che gli uomini avevano lasciato sguarnito.

Comunque siano andate effettivamente le cose, da allora il Piano di Gualdo, passato definitivamente a Visso, fu denominato anche il Pian Perduto. Perduto naturalmente per Norcia.

Un cippo in pietra, pare della seconda metà del XVI secolo, segna l’ antico confine tra il territorio appartenente a Visso (VISE) e quello appartenente a Norcia (NORSIA).

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