La Befana
A Visso, come in tutto l’ Appennino umbro-marchigiano, prima che si diffondesse la tradizione di Babbo Natale, i doni, pochi in realtà, ai bambini li portava la Befana.
Nonne, zie e vicine di casa facevano a gara a dipingerla brutta: vecchia, sdentata, con un enorme naso aquilino e il mento sporgente e aguzzo. Nei loro racconti indossava sempre una lunga gonna scura piena di toppe e un grande fazzoletto nero legato sotto al mento le copriva la testa, simile a quello che ancora portavano molte donne anziane dei paesi di montagna diversi decenni fa.
Non si sapeva bene da dove venisse, ma secondo la tradizione la notte tra il 5 e il 6 gennaio solcava il cielo a cavallo della sua scopa di saggina, con una grossa gerla colma di giocattoli sulla schiena, facendo sosta sopra ad ogni tetto. I bambini non si sono mai chiesti come riuscisse a scendere giù per il camino senza imbrattarsi troppo di fuliggine, facendo passare per la canna fumaria anche la sua pesante gerla. E quando qualche amica un po’ più grande o un po’ più furba raccontava che quella della Befana era solo una bella storia inventata dai grandi, comprendevano all’improvviso che in realtà lo sapevano da un pezzo e che lo avevano capito da diversi indizi, anche se si guardavano bene dallo svelare il segreto di questa consapevolezza ai genitori, perché altrimenti non ci sarebbero più stati né dolci, né cioccolate, né caramelle, né i caratteristici ‘biscotti della befana’ fatti in casa di nascosto dalle nonne o dalle mamme, né tantomeno giocattoli.
La sera del 5 gennaio, intanto, i genitori mandavano i bambini a dormire presto, con la scusa che la Befana è una vecchia un po’ strana, che non vuole farsi vedere da nessuno e quindi sarebbe passata oltre senza fermarsi, se al suo passaggio li avesse trovati svegli. I bimbi preparavano insieme alla loro mamma una tazza di latte e orzo ben zuccherati e qualche biscotto, poi li mettevano bene in vista sullo scalino del focolare. Indossavano le loro camicie da notte di flanella e si infilavano sotto le coperte, riscaldate con il ‘prete’ o con lo scaldaletto. Ma pochi riuscivano a prendere sonno quella notte. Un misto di eccitazione e di paura faceva battere forte il cuore, mentre l’ansia dell’attesa li faceva girare e rigirare nel letto. Al buio giungevano strani rumori dalla cucina: qualche pacco spostato, un foglio di carta accartocciato, uno sportello aperto piano e poi richiuso…
A notte fonda, in quella specie di dormiveglia in cui erano immersi, da lontano giungevano loro, prima indistinte e poi sempre più chiare, le note della Pasquella. Se i ‘pasquellanti’ si fermavano sotto alla casa, allora si sentivano bene, nel silenzio della notte, anche le parole di una strofa; “Viva, viva la Pasquella, che dell’anno è il sesto giorno…”. A quei tempi, in quei primi giorni di gennaio, spesso la neve cadeva abbondante e così attutiva ogni altro rumore.


