top
I luoghi e il tempo Il forno di Antonio

Il forno di Antonio

Tutte le mattine entrava dalle finestre della cucina il delizioso, delicato e rassicurante profumo del pane appena sfornato. Nel vicolo stretto sotto casa, si affacciava una grande porta di legno scurito dagli anni che le pesavano addosso e dalle mani di olio e vernice che aveva dovuto sopportare. Dietro quel portone c’era, per me bambina, un mondo sempre da esplorare!

Insieme alla mia amica del cuore ci sedevamo sul freddo gradino di pietra consumata dagli innumerevoli passaggi e inventavamo giochi con pentole e piattini, sassi e fili d’erba, in attesa che qualcuno poco attento, uscendo, lasciasse aperta un’anta. Quando accadeva, ci infilavamo dentro di soppiatto e quel mondo misterioso da cui usciva il delizioso profumo del pane ci si presentava con tutte le sue meraviglie: sacchi di farina ammucchiati con ordine e, dalla parte

opposta del grande stanzone dal pavimento di pietra, altrettanti sacchi di carbone. Di fronte, una porta che dava l’accesso ad una piccola stanza illuminata da una finestrella posta in alto. Al centro c’era il nostro “tesoro”: una vecchia impastatrice che a noi bambine sembrava enorme. Dall’interno della sua pancia saliva il profumo acre della pasta di lievito.

A volte, come piccole ladre, facevamo scivolare dentro una mano per prendere un po’ di quell’impasto misterioso e lo portavamo di corsa fuori. Mangiarlo era il nostro obiettivo! Il suo sapore acido ci sembrava assolutamente divino, era il sapore della scoperta, il gusto del proibito.

«Non entrate nel forno di Antonio!». Quel comando delle nostre mamme spesso non rispettato, ci faceva sentire grandi, complici e più vicine nell’amicizia. Non avremmo mai raccontato a nessuno il nostro segreto.

Non sapevamo che tutti, in realtà, lo conoscevano…

Antonio soprattutto! Ma lui chiudeva un occhio, anzi tutti e due.

Solo ora posso immaginarne il perché: il vicolo era il luogo di una grande famiglia fatta di tutte le persone che ci abitavano, dove tutti si volevano bene e, soprattutto, ne volevano a due piccole “ladre” di un pizzico di pasta di lievito.

 

Maura Antonini

Post a Comment