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Camminare in natura

Camminare in natura

Intervento del biologo del Parco Nazionale dei Monti Sibillini Alessandro Rossetti

Un istinto innato

Ho scoperto una irresistibile pulsione di camminare in natura già da bambino, da solo, senza influenze esterne.

Finita la scuola, i miei genitori mi trasferivano dai nonni nelle Marche. Trascorrevo la mia estate in quella casa su un colle che dominava la vallata. Mi sentivo liberato dall’oppressione della grande città. Contemplavo estasiato quel paesaggio vasto e armonioso, attratto dalle montagne più alte che si stagliavano a sud: i monti Sibillini emergevano dai campi coltivati con le loro vette acute. Era un mondo distante e misterioso, ma allo stesso tempo così vicini da farmi salire il desiderio di raggiungerli. Nessuno, tra parenti o amici, mi aveva ancora invogliato a camminare in montagna. Internet non esisteva ancora nemmeno nella fantascienza.

Quel desiderio di esplorazione verso un mondo sconosciuto non aveva dunque origini culturali; doveva essere un istinto innato. Ero un bambino, e iniziai a camminare verso l’ignoto, dentro quai paesaggi, lungo sentieri, attraversando campi, boschi, ruscelli e versanti scoscesi. Senza una mappa, senza un gps, senza una bussola. E mettendomi inevitabilmente non di rado in pericolo. 

Un istinto innato è di origine genetica, e se è stato selezionato nel corso dell’evoluzione, deve essere stato vantaggioso per la specie. Ma quali vantaggi può aver portato un istinto che spinge l’individuo a cacciarsi nei guai, rischiando anche la vita?

Ogni organismo vivente, dai più semplici ai più complessi, deve assicurare diverse funzioni principali, quali: il nutrimento, la riproduzione, la difesa da altri organismi competitori e la diffusione. Se almeno una di queste funzioni diventa inefficace rispetto proprio habitat, la specie è destinata ad estinguersi. La diffusione (o dispersione) consiste nella spinta a colonizzare nuovi ambienti, allontanandosi dal luogo di origine; è una funzione fondamentale per la ricerca di nuove risorse, per aumentare la variabilità genetica e per evitare che mutamenti ambientali nell’area di origini conduca all’estinzione della specie. 

Nelle specie umane, l’istinto di dispersione ha prodotto numerose ondate migratorie delle dal cuore dell’Africa, areale di origine del genere Homo e della specie Homo sapiens, che hanno consentito nel corso di decine di migliaia di anni la colonizzazione di gran parte delle terre emerse terrestri, comprese le isole più remote. Alla base del comportamento nomade e migratorio c’è la curiosità per l’ignoto, che spingeva quegli esploratori paleolitici ad affrontare sfide molto rischiose, fino addirittura ad attraversare, già 60.000 anni fa, lunghi tratti oceanici con imbarcazioni estremamente rudimentali.

Costruiti per camminare

La funzione di diffusione può essere svolta ovviamente solo con adeguate capacità di spostamento, e a tal fine la selezione naturale ha evoluto le più disparate strategie nelle diverse specie. 

Homo sapiens, la specie di cui facciamo parte, si è evoluta circa 200.000 anni fa in un habitat di savana dell’Africa. Si tratta di un ambiente caratterizzato da vaste praterie alberate, popolate da consistenti popolazioni di grandi mammiferi, come mandrie di ungulati (antilopi, zebre, giraffe, rinoceronti), proboscitati e grandi carnivori (leoni, leopardi, ghepardi e iene). La conformazione fisica dell’uomo è il risultato dell’adattamento a questo tipo di habitat; il portamento eretto si è rivelato molto vantaggioso per osservare l’ambiente da un punto di vista più elevato e per lasciare le mani libere di afferrare e manipolare oggetti utili tanto per la difesa quanto per la caccia. 

Ma sul piano del movimento, la velocità dell’uomo nella corsa sembra non poter competere con quella di altri mammiferi della savana: la velocità media nel record del mondo sui 100 m raggiunta da Usain Bot è infatti di 37,58 Km/h, ben poca cosa se confrontata con la velocità massima di unna giraffa, pari a 50 Km/h, di un leone, pari a 60 Km/h, di un’antilope, pari a 98 Km/h e di un ghepardo, che raggiunge addirittura i 110 Km/h. Qual è stato allora il punto di forza nel movimento ha consentito alla nostra specie di vincere la sfida della sopravvivenza nel difficile mondo della savana? Se non siamo stati competitivi nella velocità, lo stesso non si può dire per la resistenza; l’andatura bipede ed altre caratteristiche fisiche e fisiologiche hanno reso l’uomo una macchina perfetta per la corsa e la camminata nelle lunghe distanze, che non ha eguali nel mondo animale; gli esseri umani ancestrali erano in grado di correre anche per 8 ore consecutive sotto il sole cocente tropicale, fino a sfinire le prede, perdenti sul piano della resistenza. Nondimeno, la capacità di camminare per giorni interi ha reso le popolazioni umane nomadi imbattibili nella colonizzazione di nuovi territori.

Rischiare per sopravvivere

Eppure queste straordinarie doti fisiche non sarebbero servite a granché se non fossero state abbinate ad un istinto innato di esplorazione, che spingeva ad andare incontro all’ignoto, anche a costo di rischiare la vita. Il senso di appagamento derivante dal camminare e dalla scoperta di nuovi ambienti, e l’aspettativa di scoprire nuove risorse, come acqua e animali e piante di cui nutrirsi, o rupi e caverne in cui ripararsi da predatori e intemperie, dovevano superare di gran lunga il disagio della fatica e la paura per i pericoli. Di fronte ad una catena montuosa impervia e ostile, alcuni individui non si sarebbe dati per vinti; al contrario, si sarebbero sentiti fortemente attratti, avrebbero avvertito un impulso irrefrenabile ad andare incontro a quelle montagne, a scalarle usando mani e piedi, sopportando fatica, caldo e freddo, e superando la paura. Raggiunta una cima, la fatica sarebbe stata largamente ricompensata dalla vastità del panorama, che consentiva di scoprire nuovi spazi e nuove risorse da conquistare, con enormi vantaggi per la sopravvivenza del proprio clan. 

Anche se la vita moderna è radicalmente diversa, il nostro patrimonio genetico non è cambiato in modo significativo rispetto a quello dei nostri avi nomadi paleolitici; la nostra indole e i nostri istinti sono ancora quelli selezionati per avere successo nella savana. Camminare è tuttora uno dei nostri gesti più naturale; ed ecco perché il camminare, così come la corsa, sono in grado di donarci un appagamento profondo, grazie alla combinazione unica di benessere psicofisico e stimolazione sensoriale. Ora possiamo camminare in piena sicurezza, in luoghi che non rappresentano più l’ignoto. Ma quell’appagamento e quel piacere della scoperta sono gli stessi che 200.000 anni fa ci facevano superare la fatica e la paura.

Camminare nella bellezza

Se camminare è uno dei nostri gesti più naturali, camminare in natura lo è molto di più, e molto maggiore sarà il benessere che ne deriva. In natura i nostri sensi sono avvolti da stimoli che risvegliano le emozioni più profonde e ancestrali. La nostra mente ha la straordinaria capacità di elaborare in un istante la miriade di informazioni sensoriali ambientali che riceviamo, traducendole in emozioni che un tempo erano alla base della sopravvivenza. Un ambiente povero di risorse, o pieno di insidie, ci infondeva un senso di inquietudine e degrado, che induceva la maggior parte degli umani, con l’eccezione degli individui “esploratori”, ad allontanarsi da quei luoghi. Al contrario, eravamo attratti da ambienti formati da ecosistemi in equilibrio e ricchi di risorse, percepiti con un senso di armonia. 

La stratificazione culturale e le esperienze personali influenzano profondamente la nostra indole e può ridurre la capacità di avvertire queste emozioni. Tuttavia gli istinti primordiali sono ancora impressi nel nostro DNA e il contatto con la natura, specialmente se vissuto con libertà nelle età infantili, può mantenerli vivi o anche risvegliarli. La percezione della bellezza non è una emozione soggettiva fine a sé stessa, è la sintesi che la nostra mente elabora di fronte ad un ambiente sano, e ricco di elementi che interagiscono armoniosamente tra loro. 

La lentezza del camminare in natura ci consente di osservare con attenzione l’ambiente che ci circonda e inebriarci di bellezza; esistono vari livelli di bellezza, a seconda della scala dell’osservazione e dei sensi prevalentemente utilizzati.

Da un punto panoramico, ad esempio, percepiamo bello un paesaggio lussureggiante, perché la presenza di una vegetazione florida indica fertilità del suolo e abbondanza di cibo; ci appare bello anche un paesaggio caratterizzato da verdi praterie alberate, alternate a boschetti, rupi, sorgenti e ruscelli, perché ci riconducono all’habitat di savana ricco di ecotoni (cioè di ambienti di transizione tra habitat diversi) in cui si è originata la nostra specie. 

In un prato, ammiriamo la bellezza di fiori, perché sono gli organi riproduttori delle piante ed indicano fertilità. 

Ma esiste anche la bellezza di un paesaggio sonoro, come un concerto primaverile di numerose specie di uccelli, oppure il gorgoglio dell’acqua di un ruscello, o il bramito del cervo maschio in amore.

Infine, anche l’olfatto ha svolto un ruolo importante nella sopravvivenza della nostra specie, come rilevatore di odori indicatori di ambienti o risorse favorevoli o, al contrario, sfavorevoli alla nostra sopravvivenza. Tra gli odori più gradevoli della natura, vi è il profumo dei terpeni diffusi dalle piante; si tratta delle molecole organiche che formano gli oli essenziali, e che le piante utilizzano per varie funzioni, come quelle di difendersi dagli animali o attirare gli insetti impollinatori. Gli odori più intensi sono emanati dai monoterpeni contenuti nelle resine delle conifere, ma composti organici volatili sono diffusi anche dalle foglie di alcune latifoglie tra cui il faggio. È noto come camminare in un bosco di conifere o in una faggeta, soprattutto in estate, permetta di inalare questi composti, con effetti fisiologici benefici che comprendono la riduzione di ansia e stress e la regolazione del sonno e del sistema cardiovascolare.  La pratica del forest bathing sfrutta proprio questi effetti. 

Camminare in natura, insomma, è una esperienza di riconnessione sensoriale con le nostre origini, in grado di risvegliare emozioni primordiali, da cui ci siamo inesorabilmente allontanati nel corso delle epoche, ma che sono ancora scolpite nel nostro DNA; come ha affermato Reinhold Messner, “camminare per me significa entrare nella natura. […] Il mio spirito entra negli alberi, nel prato, nei fiori”.