Il Pantano: un quartiere popolare
IL QUARTIERE
Il Pantano è un antico quartiere di Visso situato a ridosso del Nera, che con le sue piene in passato allagava la stretta via che lo attraversa e i vicoli circostanti, lasciando acqua stagnante e fango, da cui il toponimo. Comincia con Via della Sibilla, che ha inizio dalla piazza antistante alla Chiesa di S. Francesco, prosegue con Via del Vettore ed arriva fino a Via dei Molini, ma comprende anche gli stretti vicoli che si diramano dalla via principale. Per questa strada ancora agli inizi degli anni Cinquanta passavano la corriera che andava a Castello, le ancora rare automobili che allora circolavano e i carretti trainati da cavalli o da muli, perché non era stata ancora costruita la ‘Strada nuova’ per Castelsantangelo sul Nera, tutta curve, ma più larga di quella vecchia. Il cuore del quartiere è rappresentato dal Vicolo del Pantano, dove un tempo c’era una grande pozza di acqua, sostituita poi da un fontanile coperto. Nelle sue acque gelide le donne andavano a lavare i panni anche d’inverno e poi li stendevano al sole ad asciugare. L’antichità del quartiere è testimoniata dalle vecchie case che si affacciano sui vicoli e soprattutto da alcuni edifici dove in passato hanno vissuto famiglie importanti: palazzo Brandi, palazzo Maccari e quello della famiglia Zega, con le finestre della facciata contornate di stucchi. Il nucleo più antico del Pantano è delimitato da Porta Sant’ Angelo, una delle quattro porte che si aprono nelle mura duecentesche di Visso, ornata sopra al fornice dallo stemma del Comune, ancora privo delle chiavi pontificie decussate, da quello antico della guaita di Castelsantangelo, che rappresenta San Michele arcangelo e da quello dei Da Varano, che in passato hanno governato Visso per conto del papa.
LE STORIE
Quelli che sono nati e hanno vissuto una parte della propria vita al Pantano sono molto legati al proprio quartiere, un tempo assai popoloso, poi abitato solo da pochi anziani, rimasti nelle proprie case quasi a presidiare i luoghi, e ormai disabitato dopo il terremoto del 2016, che ha danneggiato tutti gli edifici. Ora il ‘cuore’ del quartiere è inaccessibile, perché tutto all’interno della ‘zona rossa’.
Quando gli abitanti del Pantano si ritrovano insieme hanno molte storie da raccontare. Francesca Marinelli ricorda quella dei suoi genitori, che, sposatisi subito dopo la guerra, non potevano abitare nella casa paterna, perché non c’era posto, infatti, oltre ai genitori di lui, vivevano lì anche i nonni. Erano giovani, coraggiosi e incoscienti e desiderosi di rendersi indipendenti, così decisero di cercarsene un’altra dove trasferirsi con il primo figlio, Mario, ancora piccolo. Antonia, la mamma, individuò una casetta assai malridotta nel ‘vicoletto’ che porta verso il Ponte sull’Ussita. Venne a sapere che la padrona abitava a Val Sant’Angelo, una frazione di Pieve Torina, e allora andò a cercarla, percorrendo in bicicletta una cinquantina di chilometri tra andata e ritorno. Un camionista di buon cuore le caricò sul suo camion la bici, evitandole di fare la faticosa salita delle Fornaci pedalando. Antonia insistette con la proprietaria fino a che non la convinse a dargliela in affitto e alla fine tornò a a Visso soddisfatta. Avevano finalmente una casa, che era però in pessime condizioni. Non si persero d’animo. Il padre Ugo, ‘Stingacciu‘, che era un bravo muratore, rimise a posto alla meglio il tetto e i pavimenti sconnessi e andarono ad abitarci. Non c’erano né acqua corrente, che dovevano andare ad attingere con una brocca alla fontana che si trovava sotto la casa di Ottavia, né luce elettrica. Non possedevano niente, tranne un letto, un tavolo con due sedie zoppicanti e il corredo che Antonia aveva portato in dote quando si erano sposati. Erano usciti dalla casa paterna anche senza stoviglie, allora gli abitanti del Pantano, che pure non erano ricchi, li aiutarono come poterono. Qualcuno regalò loro del filo elettrico e così fecero l’allaccio alla rete ed ebbero in casa la corrente, qualcuno diede qualche stoviglia, una vicina un grosso coltello piuttosto consumato e con la lama un po’ curva, che fu utilizzato per affettare il pane e tagliare le pasta. Non avevano neppure il fornello a gas e quindi cucinavano utilizzando il fuoco del camino. Era indispensabile un caldaio per scaldare l’acqua e, siccome non possedevano i soldi per comprarlo, Antonia si ingegnò. Prese un grosso barattolo di latta, destinato ad essere utilizzato per dare da bere alle galline del loro pollaio, ne schiacciò bene i bordi affinché non fossero taglienti e così ebbero la loro prima caldaietta. Poi la situazione migliorò. Ugo trovò lavoro come muratore e cominciò a guadagnare abbastanza. Dopo la morte dei nonni poterono trasferirsi nella casa paterna dei Marinelli e vivere in condizioni meno disagiate.
Al Pantano molte storie sono legate all’arrivo dei villeggianti. Si trattava di famiglie che per gran parte dell’anno vivevano in città, ma d’estate tornavano a Visso e per un mese o due, perché allora la villeggiatura era lunga, riaprivano le case lasciate loro in eredità dai genitori o dai nonni. I più osservati dagli abitanti del quartiere erano i Brandi, i Maccari, i Buzzacconi. Per tutte le bambine del Pantano l’ arrivo dei villeggianti che venivano da Roma era un avvenimento e chissà che cosa significava per loro questo ‘venire da Roma’! Certo, le signorine e le signore che abitavano in città erano vestite alla moda, con abiti più eleganti rispetto a quelli indossati dalle ragazze del quartiere e dalle mamme, che pure erano giovani ma non potevano permettersi alcun lusso. Avevano gli occhi truccati, il rossetto sulle labbra, si mettevano il profumo e sembravano così piene di fascino! Le ragazzine le osservavano incantate quando uscivano di casa per andare in Piazza o al laghetto. Ornella Serafini passava alla guida della sua spyder rossa scoperta e le Maccari, che abitavano vicino alla piazzetta di S. Francesco, varcavano il portone del loro palazzo tutte le mattine verso le 10, oppure nel tardo pomeriggio con un morbido scialle appoggiato sul braccio a prendere un caffè al bar Sibilla e a chiacchierare con le amiche, perché ‘a Visso alla sera rinfrescava’! I villeggianti amavano divertirsi durante le settimane di vacanza. Sopra Palazzo Brandi, ad esempio, c’era una grande terrazza con giardino, delimitata da una ringhiera di ferro. Nelle sere d’estate vi si organizzavano feste. Si ballava fino a tardi e chi abitava nelle case vicine poteva guardare, magari da dietro gli scuri, quei ragazzi e quelle ragazze alla moda che ascoltavano musica con il giradischi a tutto volume e facevano balli moderni. Di alcune ragazzine che venivano a trascorrere l’estate a Visso colpiva soprattutto il fatto che avevano molti giochi e delle bambole vestite con abiti curati nei particolari, comprati in qualche negozio di giocattoli, diversi da quelli con cui giocavano le bambine del quartiere, cuciti dalle mamme o da qualche zia con piccoli pezzi di stoffa colorata, avanzati alla sarta. Tutto questo suscitava un po’ di invidia e qualche bimba a volte entrava nel giardino, dove loro giocavano con le amiche, e riusciva ad intrufolarsi nei giochi, prendendo tra le mani quelle bambole meravigliose.
I PERSONAGGI
Il Pantano era popolato da molti personaggi caratteristici. ‘Nunziata de lu prete’, come era stata soprannominata, era la madre di don Pietro Quaglietti, il parroco di Croce. Come tutti quelli che vivevano nelle frazioni, anche don Pietro e la madre venivano a Visso ogni venerdì, che era il giorno del mercato. Così alla fine decisero di comprarsi una casetta di fronte a quella di Ugo Marinelli, appartenuta a Pacifico, un vecchio gerarca fascista, e la fecero ristrutturare. Come in tutte le case a quei tempi, anche in quella del prete alla sera si diceva il rosario nel mese dei morti e le vicine avevano l’abitudine di partecipare. Se era don Pietro a dire il rosario, se la cavavano in poco tempo, ma se lui non c’era era Nunziata a dirlo e non si finiva mai. Attaccava con ‘Santa Maria, mater dei…’, poi non riusciva ad andare avanti e ricominciava da capo. Ogni ‘mistero’ durava un secolo. Le più piccole, o le più scanzonate, presto erano prese dalla ridarella e non riuscivano a trattenersi. L’ anziana Nunziata si arrabbiava e minacciava di colpire quelle impertinenti con le pinze del camino (le ‘migliole’), se non la smettevano. Poi riprendeva con le avemarie. E questa scena si ripeteva ogni volta! Nunziata aveva anche paura dei fantasmi. Aveva sentito raccontare delle storie e si era convinta che la sua casa fosse infestata dagli spiriti. Quando don Pietro era a Croce e lei restava sola, capitava che chiamasse le vicine in piena notte, gridando che sentiva camminare di sopra. Loro ispezionavano la casa in lungo e in largo, guardavano sopra al suo tetto dalla finestra più alta della loro casa e naturalmente non trovavano niente. Probabilmente era qualche topo che scorrazzava in soffitta o qualche piccione che faceva rumore sui coppi, ma lei era convinta di avere la casa invasa da presenze misteriose!
Proprio vicino a Porta Sant’Angelo c’era poi la casa di Giuseppe Cardurani, un maresciallo in pensione dall’aspetto burbero e il sigaro sempre in bocca. Non sopportava lo schiamazzo che facevano sotto casa sua i bambini del quartiere mentre giocavano, così si affacciava alla finestra e minacciava di rivolgersi alle famiglie o di dare loro una bella lezione. Quasi di fronte abitavano Raffaele, un esperto falegname, la moglie Peppina, con quel suo modo flemmatico di parlare, la sorella Marietta, piccola piccola e tonda, sempre vestita di nero, con grosse ciabatte ai piedi, che le intralciavano i passi quando andava all’orto e poi Nicola e sua moglie Angela, sempre sorridente ed allegra.
Sulle scalette che portano verso il monte Efra, c’era invece la casa di Maria de Cammerì, soprannominata ‘la Biocca’, perché aveva una nidiata di figli di diverse età, magri e poco vestiti, ma più robusti degli altri, infatti non si ammalavano mai, neppure se giocavano all’aperto nei giorni di freddo intenso, quando il paese era sotto la neve. Da lei tutti i venerdi’ passavano Maria Camilla e suo marito Lori. ‘Maricamilla’ era la ‘strolica’ di San Placido. Aveva una certa fama, perché era in grado di fare le ‘fatture’, di ‘scacciare l’occhio cattivo’ e di curare le malattie con le erbe, che raccoglieva per poi metterle ad essiccare, ma anche con le antiche formule magiche. Indossava lunghe vesti ed aveva i capelli scuri sempre spettinati. I due salivano le scale della casa curvi, appoggiati ai loro bastoni. Possedevano un asino, su cui caricavano due bisacce piene di cibi e oggetti comprati al mercato. Sostavano un po’ da Maria e poi a piedi come erano venuti tornavano a casa, percorrendo un sentiero impervio che si inerpicava per la Valle di Castello e arrivava fino a San Placido. Qualche scalino più su c’era la casa di Caterina, detta ‘la ciucciona’, un’ anziana donna vestita all’antica, sempre di nero, con in testa un fazzoletto dai pizzi ripiegati a coprirle la crocchia di capelli bianchi. Caterina nel cortile di casa aveva un forno, in cui le donne del quartiere potevano cuocere il pane e, durante la Settimana Santa, le ‘pizze di Pasqua’.
Un altro personaggio caratteristico era Ugo detto ‘Stingacciu’, un uomo grande e grosso che faceva il muratore. Godeva di una certa notorietà tra i bambini, perché era solito fare battute scherzose, come “Porta subito la tua bicicletta dal meccanico, non vedi come gira la ruota davanti quando cammini?” Oppure “Ho saputo che hai dato fuoco alla fonte, adesso sono cavoli tuoi!”. Ugo amava andare a caccia, un interesse che aveva in comune con il maestro Secondino Buzzacconi. Il maestro Secondino era un signore di una certa età, alto e dall’aspetto distinto, vestito sempre di scuro, con un ampio mantello a coprigli il corpo magro e un cappello a larghe tese in testa. Era burbero, gentile e spiritoso. Oltre alla caccia, amava andarsi a fare ‘una foglietta’ con gli amici nell’osteria di Betta, che si trovava quasi alla fine della discesa del Ponte, vicino alla piazzetta di S. Francesco, all’interno di un vecchio edificio a cui si accedeva salendo alcune scale. I ragazzini del quartiere lo trovavano simpatico e lo seguivano un po’ a distanza quando lui andava a sparare ai passeri dietro ai ‘pagliari’ delle Palombare, dove un tempo si trovava una piccola chiesa, detta appunto ‘delle Palombare’, andata poi in rovina. Ugo e Secondino insieme le facevano e le raccontavano grosse. Ugo andava ad allenarsi a sparare proprio alle Palombare, vicino al Laghetto, per togliersi l’abitudine di chiudere l’ occhio sbagliato quando prendeva la mira, un motivo per cui tutti lo prendevano in giro. Una volta gli capitò una brutta esperienza. Il maestro Secondino preparava le cartucce per tutti i cacciatori di Visso, che erano suoi amici. Un giorno lui e Ugo trovarono una bomba inesplosa della Seconda guerra mondiale, che un aereo aveva sganciato nei pressi delle Torri. La smontarono e tirarono fuori la polvere da sparo. Ma era TNT e non la polvere da sparo nera che di solito il maestro usava per confezionare le cartucce. Decise comunque di utilizzarla. Si regolò a modo suo e dosò la quantità di polvere giusta, secondo lui. Pioveva. Il tempo adatto per andare a caccia di lepri. Stingacciu prese il fucile e si incamminò verso il Monte Efra. Lo vide dalla finestra Secondino che volle dargli da provare qualcuna di quelle cartucce. Ugo raggiunse la piana dell’Efra, scorse una lepre, prese la mira chiudendo l’ occhio, premette il grilletto e… successe il finimondo. Sentì un tremendo boato e il fucile gli scoppiò in mano. Stingacciu se la cavò miracolosamente con qualche bruciatura. Quel giorno era la Festa della Concezione. Da allora, finché è vissuto, ogni 8 dicembre lui indossava il cappotto, un capo di abbigliamento che non metteva mai, e andava alla Messa la mattina presto, secondo la tradizione, nella chiesetta della Concezione, per ringraziare la Madonna. Quanto al maestro Secondino, non si scompose e disse solo che avrebbe dovuto dosare meglio la polvere!
I GIOCHI
Al Pantano un tempo vivevano molti bambini, che, quando il tempo lo permetteva, si ritrovavano tutti insieme per strada. Passavano il tempo impegnati in giochi semplici, come il nascondino, la chiapparella, la bussarella, oppure giocavano a corda o con la palla. Spesso i maschi si facevano la guerra con le cerbottane, con le fionde e con gli archi, costruiti da loro stessi con rami flessibili o si sfidavano a ‘saltamontone’. Capitava spesso che scoppiassero veri e propri combattimenti tra bande, con lanci di frecce fatte con i raggi degli ombrelli, che potevano colpire i battenti dei portoni delle case o prendere di mira bersagli proibiti, come i barattoli di conserve delle monache, posti in file ordinate sui davanzali delle finestre del convento. Quelli più spericolati costruivano ‘carrozzelle’, con cui scendevano a precipizio per la discesa della strada vecchia per Castello.
Un’ occupazione a cui si dedicavano spesso i maschi più grandi era la pesca dei ‘capisciotti’, il cui vero nome è Scazzoni, pesci dalla grossa testa che popolavano le acque allora pulite del fiumiciattolo che scorre parallelo al Nera, da ‘la Canala’ a Pontelato. Non c’era bisogno di possedere un’attrezzatura sofisticata: bastava una semplice forchetta che loro stessi legavano bene ad un lungo bastone. I pesci, stupidi nonostante la grossa testa, si lasciavano prendere con facilità. Messi in un secchio pieno d’acqua, venivano usati come crudele trastullo dai ragazzi, prima di finire in padella.
Le bambine trascorrevano il tempo giocando ‘a campana’, ma anche ‘a cioci’. Si prendevano 5 o 6 ossi secchi di pesca o dei sassi arrotondati, se ne tirava uno per aria e l’abilità consisteva nell’afferrare, insieme a quello lanciato, prima uno, poi due, poi tre, e così via, di quelli lasciati per terra.
Un gioco che poteva durare per ore era ‘a Fedora’. Fedora era la padrona del negozio più vicino al Pantano. Era una bottega come non ce ne sono ormai più, divisa in due ambienti: in uno si vendevano prodotti alimentari, nell’altro una varietà di generi, come lane, fili, bottoni, biancheria e anche abbigliamento. Il divertimento, per le bimbe, consisteva soprattutto nell’allestire il negozio con contenitori che erano in realtà scatolette di lucido o barattoli di conserve vuoti, e qualche pentolina vecchia. Si vendevano sassi e terra, che nella loro fantasia erano pane, farina, zucchero, pasta sfusa, come si usava allora, prodotti che venivano pesati con una bilancetta giocattolo e poi incartati con carta di giornale. Anche i soldi erano in realtà pezzi di carta.
Quando era brutto tempo l’Arco di Porta Sant’ Angelo offriva un riparo alle bambine e ai bambini del quartiere. Spesso capitava che passassero il tempo anche ascoltando dai più grandi storie ‘di paura’, come quella della mano rossa che spunta improvvisamente da un cespuglio o racconti di spiriti, che popolavano case abbandonate o il villino che si trovava sulla strada di Vallopa e di streghe, che di notte si trasformavano in gatti.
A volte capitava che i ragazzini nei loro giochi combinassero qualche marachella più grave del solito e allora le prendevano di santa ragione. Volava facilmente qualche ceffone, oppure qualche nonna prendeva una ‘vizza’, una frusta flessibile di vinco, con cui sferzava le gambe e le cosce di chi le capitava a tiro, nipoti o amiche delle nipoti. Nessuno si scandalizzava per queste punizioni corporali, che allora venivano considerate normali. Le ‘vizzate’, in realtà, non facevano granché male, anche perché i bambini portavano i pantaloni e le bambine si accucciavano in qualche angolo o sotto al tavolo della cucina e si coprivano le gambe con le gonne per ripararsi. E intanto ridevano a crepapelle, facendo infuriare ancora di più la nonna giustiziera!
Quando cominciava a diventare buio e, se era d’autunno o d’inverno, a far freddo, si sentivano i richiami delle madri, che affacciate ad una finestra ricordavano ai figli che era ora di tornare a casa. La piccola folla di monelli a poco a poco sciamava e nei vicoli del Pantano calava il silenzio della sera.





