Il complesso di S. Francesco comprende la CHIESA di S. FRANCESCO, IL CONVENTO e altri edifici che negli anni hanno ospitato L’ASILO, IL COLLEGIO e anche le colonie estive.
Il CONVENTO adiacente alla Chiesa di S. Francesco ha un storia secolare ed è stato abitato nel tempo da diversi Ordini religiosi, maschili e femminili, che si sono dedicati non solo alla preghiera, ma anche all’assistenza dei bisognosi e degli ammalati e più tardi all’educazione dei giovani. Nel 1291, nella zona denominata ‘la Spiazzetta’, vicino al punto in cui il torrente Ussita si getta nel fiume Nera, in un terreno donato dal Comune di Visso, fu costruito un Convento di Frati Minori francescani, prima abitato dagli Osservanti e successivamente passato ai Conventuali, che lo occuparono fino al 1810, quando Napoleone soppresse gli Ordini religiosi, incamerandone i beni. Restaurato il Regno Pontificio dopo il Congresso di Vienna, il convento fu destinato alle Suore della Santissima Trinità, che gestivano l’ omonimo Ospedale, situato fuori dalle mura cittadine vicino a Porta Santa Maria, e si occupavano della cura degli ammalati, poi alle Clarisse, l’ Ordine istituito da Santa Chiara, monache di clausura dedite alla preghiera e alla meditazione. Nel 1920 vi si stabilirono infine le Suore del Divino Amore, una congregazione femminile con casa madre a Roma, che, oltre a consacrarsi alla preghiera e alla contemplazione, si dedicava alla cura e all’educazione dei fanciulli e soprattutto delle fanciulle.
Tutti i pomeriggi le suore badavano alle bambine le cui madri lavoravano e non avevano nessun familiare che potesse prendersi cura di loro. Inoltre le religiose assicuravano un pasto caldo e del pane ai bambini più bisognosi di Visso capoluogo, di Villa S. Antonio e di Borgo S. Giovanni, che si presentavano ogni giorno alla porta del convento dopo la scuola con un recipiente che, riempito di minestra, veniva poi portato a casa e consumato a volte con il resto della famiglia. In seguito questa forma di assistenza venne organizzata in modo più efficiente ad opera del Patronato scolastico, con l’istituzione della refezione, cioè di una mensa per gli scolari di famiglie indigenti, realizzata nei locali a piano terra del convento che si affacciavano sulla Piazza del Forno. Le monache crearono anche una sorta di scuola di cucito, nella quale insegnavano alle ragazzine e alle giovani di Visso, ma anche di Villa S. Antonio e Vallopa, nei pomeriggi dopo la scuola, a cucire, a fare modelli di carta, a ricamare il proprio corredo, usando con maestria i punti antichi dell’orlo a giorno, del gigliuccio e altri molto più elaborati. Le ragazze cucivano, chiacchieravano ma con moderazione e, se chiedevano ad una delle suore che ora fosse, veniva sempre risposto loro, a quanto ricordano: “E’ l’ora di amare Dio e dobbiamo amarlo con tutto il cuore”.
Del resto l’educazione che veniva impartita dalle monache ai bimbi dell’asilo, alle ragazze che vivevano in collegio o frequentavano il convento per imparare a cucire aveva una forte impronta religiosa: la Messa e la preghiera prima di iniziare le attività della giornata o di consumare i pasti erano parte integrante della giornata. Alle suore era affidato anche il compito di assistere i bambini e le bambine durante i tre giorni di ritiro che precedevano quello della Prima Comunione. Oltre a fare lezioni di catechismo, suggerivano loro pure delle intenzioni di preghiera che a quei tempi potevano apparire normali, ma che ora scandalizzerebbero le famiglie, come chiedere a Gesù che i Russi non arrivassero pure nel nostro paese o che tutti i comunisti si convertissero, in modo che le loro anime non finissero all’inferno dopo la morte. Durante il ‘ritiro’ insegnavano ai bambini anche a fare l’esame di coscienza prima della confessione, che avveniva nel buio del confessionale e veniva percepita come un momento drammatico, in cui i ‘peccati mortali’ dovevano essere detti al sacerdote, il quale dopo l’assoluzione assegnava una penitenza. Non sempre però a quell’età si aveva la consapevolezza della serietà del momento e spesso qualcuno si metteva a parlottare o addirittura a ridacchiare, suscitando occhiate di riprovazione dalla suora.
Le religiose del convento del Divino Amore hanno rappresentato per anni un punto di riferimento per tutta la comunità di Visso. Dalle suore si andava anche per imparare a cantare la Messa ed era considerata quasi un’ avventura, perché, per raggiungere l’ organo settecentesco che si trova nella grande balconata di legno dietro all’altare maggiore di S. Francesco, si passava attraverso un labirinto di stanze piccole e grandi, che facevano parte del convento.
Alla porta del monastero i bambini bussavano anche per chiedere i ritagli delle ostie che le suore preparavano per le chiese della parrocchia e dopo averne ricevuti un po’ per ciascuno correvano via contenti per assaporarli mentre si scioglievano in bocca. Nonostante questo, il portone delle monache non era risparmiato dalla banda di ragazzini del quartiere del Pantano, che nelle sere d’estate sceglievano di fare uno dei giochi più divertenti per loro, ma non per gli abitanti delle case prese di mira, la ‘bussarella’: suonavano il campanello o sbattevano forte il bussarello del portone e poi se la davano a gambe ridendo a crepapelle e acquattandosi in qualche andito nascosto per sentire, non visti, le grida del padrone o della padrona di casa, o di una monaca, che minacciavano di prenderli a botte o di chiamare i loro genitori.
L’ ASILO delle monache fu frequentato dai bambini vissani tra gli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta del Novecento. L’ingresso era sotto il fornice di Porta Pontelato, vicino al fiume Nera. Si entrava da un massiccio portone di legno, si attraversava la lavanderia delle suore, occupata sulla sinistra da una grande fontana, e si accedeva al cortile interno del convento, recintato da un muro che lo isolava completamente dall’esterno. Sulla destra, dopo il giardino, alcune scale conducevano ad uno stanzone dove si aprivano due porte, sulla parete di destra quella del gabinetto, come si diceva allora, e in fondo quella di un piccolo ambiente che fungeva da guardaroba, dove si appendevano i cappotti e si tenevano i cestini con la merenda. In seguito la sede dell’ asilo fu spostata nel modesto edificio a due piani che chi entra in Piazza del forno si trova di fronte. Tutte le attività della giornata si svolgevano in quell’unico, grande locale. I bambini imparavano a fare i puntini e le aste con la matita o a fare disegni seduti nei loro banchi, su cui all’ora di pranzo mangiavano in scodelle e piatti di alluminio pasta e fagioli con i cannolicchi o rigatoni al sugo trasportati dentro ad un’ enorme pentola da una suora che lavorava in cucina, con un grande grembiule bianco a ricoprire il lungo, severo abito nero, la quale poi li distribuiva con un grande mestolo. Quasi tutti coloro che hanno frequentato l’asilo dalle monache negli anni Cinquanta ricordano che la pasta era sempre scotta e che il formaggio giallo conservato in grossi barattoli di alluminio o i formaggini ‘degli Americani’ (erano gli anni del dopoguerra) avevano un sapore e un odore sgradevoli. Poi, dopo il pranzo, le suore chiudevano gli scuri delle finestre e nella penombra i bambini erano costretti a dormire chini sui banchi, appoggiando la testa sopra alle braccia piegate. Qualcuno rideva e veniva sgridato, ma quasi tutti fingevano di dormire, sperando che il tempo passasse in fretta. I momenti più divertenti della giornata erano quelli che si potevano trascorrere all’aperto. Se il tempo era bello, infatti, le monache facevano fare la ricreazione nel cortile. Lì si giocava a ‘Girotondo’, a ‘Bussa orologio’, a ‘Chiapparella’, a ‘Uno, due, tre…stella’!
Il ricordo di alcune religiose che sono vissute nel convento di Visso, anche dopo tanti anni è rimasto particolarmente impresso nella memoria di chi le ha conosciute, o per il modo di fare amorevole, come quello di suor Benedetta, con il suo viso rotondo, gli occhi celesti sempre sorridenti e la bella voce intonata, che lei diceva di riuscire a mantenere così gradevole mangiando cipolle. Altre, invece, vengono ancora ricordate con poca simpatia, come suor Valentina, di cui tutti rammentano i freddi occhi azzurri, le guance magre e violacee e la voce implacabile dall’accento abruzzese, con cui muoveva un rimprovero ad un bambino o ad una bambina, facendoli scoppiare in lacrime o impartiva l’ordine di mangiare del cibo che a qualcuno riusciva particolarmente sgradito.
Il COLLEGIO nacque nei primi anni Sessanta per ospitare, dietro il pagamento di una piccola retta, i ragazzini e le ragazzine delle frazioni del Comune di Visso, cioè Cupi, Fematre, Rasenna, Riofreddo, Mevale, Pontechiusita, Orvano, e dei Comuni vicini, come Ussita, Castelsantangelo, Preci che, dopo le elementari, dovevano frequentare la Scuola Media. Insieme a loro, le suore accoglievano anche bambine e ragazze orfane o appartenenti a famiglie disagiate, provenienti da luoghi più lontani, come Porto S. Elpidio, San Severino, Cingoli o Serrapetrona. Fu costruito da muratori vissani, che perlopiù lavoravano con Ugo Marinelli, detto ‘Stingacciu’, un uomo grande e grosso che incuteva un certo timore. Per creare spazi sufficientemente ampi, furono demoliti i vecchi fabbricati situati sopra alle arcate di
Piazza del Forno e così si perse del tutto l’ impronta architettonica originaria dell’ antico convento. Venne costruito un edificio di due piani, che ospitò al primo piano i maschi e al secondo le femmine. Molti ragazzi entravano in collegio ad ottobre, quando iniziavano le scuole, e vi restavano fino a giugno, compresi i sabati e le domeniche, perché nei mesi invernali nei paesi di montagna non rimaneva quasi nessuno. I padri, infatti, praticavano una pastorizia transumante e portavano le loro pecore a svernare nelle Maremme. Anche le donne li seguivano nella transumanza, perché il loro ruolo era fondamentale sia all’interno della famiglia, sia nell’organizzazione dell’azienda. Così i figli tornavano a casa solo a Natale e a Pasqua. Alcune ragazzine, pur di trascorrere le feste natalizie in famiglia un anno fecero a piedi da sole la strada che dal Valico delle Fornaci porta a Cupi, passando per Macereto, un percorso di 16 chilometri con il freddo e la neve di dicembre.
Sicuramente la disciplina imposta in collegio alle ragazze era più severa di quella a cui erano sottoposti i maschi. Per loro, infatti, c’erano rigide regole da rispettare, come l’obbligo di ascoltare la messa al mattino prima di recarsi a scuola, di dire il rosario la sera prima di andare a dormire, di apparecchiare i tavoli e di pulire a turno il refettorio dopo i pasti. Dovevano mangiare tutto quello che c’era nel piatto, altrimenti venivano punite, e dormire in un unico stanzone ad un’ ora prestabilita, ma piuttosto presto, quando veniva spenta la luce. Ricordano che potevano uscire dal collegio camminando in silenzio e in fila, sempre accompagnate da una suora, e solo per recarsi a scuola o in Collegiata per qualche funzione religiosa. Per evitare richieste di uscite con la scusa di comprare penne o quaderni, le monache avevano allestito all’interno del convento un piccolo spaccio, in cui vendevano materiale di cancelleria.
Quando poi negli anni Settanta il collegio non era più gestito dalle religiose ma dal Comune la disciplina divenne più mite anche per le ragazze e molti obblighi e regole vennero meno. La sorveglianza fu affidata a due istitutori, una maestra per le ragazze e un maestro per i ragazzi, che li aiutavano nei compiti, li accompagnavano a fare una passeggiata o a giocare a fare una partita e dormivano e mangiavano insieme a loro.
La maggior parte dei maschi ricorda con piacere gli anni del collegio, soprattutto perché avevano la possibilità di stare con gli amici e di giocare a pallone. Andavano a scuola, passando sopra i muraglioni che costeggiano il fiume Ussita, chiacchierando e ridendo, senza dover andare in fila, come succedeva invece ai ragazzi dell’Istituto Fiorelli che frequentavano insieme a loro le Medie, i quali , meno fortunati, dovevano camminare a passo di marcia, sempre accompagnati da un istitutore. Combinavano spesso delle marachelle, più o meno gravi, e si divertivano ad organizzare scherzi a volte poco graditi a danno di qualcuno dei loro compagni. Una volta alcuni di loro, nel tentativo di sbirciare dentro la camerata delle ragazze, salirono sull’ alta impalcatura utilizzata dai muratori che lavoravano ancora al cantiere del collegio, prendendosi una sonora sgridata da Stingacciu e dal maestro Olivieri, un istitutore grande e grosso, ma buono come il pane. Quando iniziavano le vacanze i ragazzi e le ragazze tornavano dalle loro famiglie e i locali del collegio, rimasti vuoti, ospitavano le colonie estive e così si sentivano da lontano le grida dei bambini e delle bambine di città, venuti a respirare l’aria di montagna, che giocavano nel cortile o nel piazzale o li si incontrava a passeggio al laghetto oppure mentre andavano a fare una scampagnata alle ‘Vene’.
‘A GRAZIA’. Per le suore del Divino Amore il giorno più importante dell’anno era il 13 giugno, quando nella Chiesa di S. Francesco si celebrava la festa di S. Antonio. La statua del santo quel giorno era portata in processione per le vie del paese, vestita con una tonaca nera e una cotta bianca ornata di pizzo. Teneva in braccio il piccolo Gesù vestito con una camiciola bianca, mentre con l’altra mano reggeva uno di quei gigli bianchi dal forte profumo dolciastro che fioriscono a giugno e che sono detti appunto gigli di Sant’ Antonio. Ma per i Vissani, più ancora della festa, era particolarmente importante il giorno della vigilia, perché c’era l’usanza di portare i bambini ‘a Grazia’. Ogni bimbo entrava in chiesa, accompagnato dalla mamma o dalla nonna, tenendo in una mano un giglio di Sant’Antonio o un piccolo mazzo di fiori colti nell’orto o nel giardino di casa e nell’altra una candela, che veniva lasciata in offerta sopra ad uno degli altari minori. Il parroco recitava una particolare preghiera per chiedere al Santo la grazia di far crescere i bambini sani e buoni, poi impartiva loro la benedizione. All’uscita dalla funzione il fotografo era in attesa con la macchina fotografica già pronta per scattare ad ogni bambino la foto di rito.
Molti Vissani hanno conservato le fotografie di quando i loro figli o addirittura loro andavano ‘A Grazia’. Lo sfondo è quasi per tutti lo stesso: il portale principale della Chiesa di S. Francesco e i bimbi, in posa da soli o con un fratellino, una sorellina o un piccolo amico, indossano il loro vestito più bello, spesso cucito proprio per quella festa, e le scarpe “buone”.






