top
Image Alt

Il nostro Appennino tra passato e futuro

IL NOSTRO APPENNINO TRA PASSATO E FUTURO

Appunti dall’incontro con Augusto Ciuffetti, professore di Storia Economica all’ Università Politecnica delle Marche

In questo periodo circolano alcune domande che hanno dato origine a discussioni e a riflessioni: Le zone appenniniche sono state importanti solo nel passato o possono tornare ad esserlo anche nel futuro? Non è forse il caso di accompagnare in una lenta agonia le aree interne?

Il nostro Appennino sta attraversando una fase critica della sua storia millenaria e spesso capita di sentir dire che alla base di questa congiuntura ci sarebbe il sisma del 2016. Non è così. Semmai il problema vero di questi territori nel post sisma, più che il terremoto, è una ricostruzione che finora si è dimostrata lenta e miope, perché non tiene conto delle caratteristiche specifiche delle zone appenniniche e quindi non sa quali strategie mettere in atto per far fronte ad una crisi che viene da lontano. Bisogna allora andare indietro nel tempo, partire dal passato e cercare nella storia le cause di quello che attualmente è il problema più evidente di tutte le aree interne della nostra penisola: lo spopolamento.

Quando ha origine il fenomeno dello spopolamento? Che cosa lo ha determinato? Il fenomeno dello spopolamento, in realtà, non è una conseguenza degli eventi sismici del 1997 e neppure di quelli più catastrofici del 2016, infatti comincia già a manifestarsi intorno agli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. In passato non esisteva e quelle appenniniche non erano aree marginali, ma zone abitate da comunità attive e vitali. Il picco demografico si è toccato nel censimento del 1901 e poi le cifre si sono mantenute costanti anche nei decenni successivi. Che cosa dunque lo ha determinato? Si può ragionevolmente affermare che sia stata la fine di quell’economia agro – silvo – pastorale che per secoli ha permesso alle comunità appenniniche di sopravvivere, anzi di crescere.

Sicuramente la crisi è stata determinata dal boom economico successivo alla seconda guerra mondiale. L’affermarsi di un’economia industriale ha provocato un’ emigrazione dal Sud verso il Nord, dalle aree interne verso quelle costiere e dai paesi verso le città, con una concentrazione di popolazione nelle zone urbane e un conseguente spopolamento di quelle montuose dell’entroterra. Dai nostri paesi l’emigrazione si è rivolta soprattutto verso Roma, come genericamente veniva indicato il trasferimento di interi nuclei famigliari non solo nella capitale, ma anche in altre località del Lazio e nell’agro romano. Del resto i legami con queste zone erano antichi e forti, infatti risalivano ad epoche precedenti, quando veniva praticata la transumanza e tutti gli anni, in autunno, migliaia di pecore, con i loro pastori, migravano dai pascoli dell’ Appennino a quelli della Maremma, per fare poi ritorno nelle terre alte a primavera. La gente ha cominciato ad abbandonare questi territori perché qui la vita era dura, anche se negli anni ’60 pure nei piccoli paesi di montagna comincia ad arrivare la modernità: il gabinetto in casa, il fornello elettrico o a gas, e poi anche la lavatrice e la televisione. Quello dei contadini e dei pastori era un mestiere difficile e poco remunerativo, tanto che spesso si pativa la fame. La città era quindi attrattiva. Un lavoro da operaio, da commesso di bottega e perfino da portiere era ambito, perché portava un salario fisso a fine mese, con cui si poteva pagare l’affitto, si potevano comprare scarpe e vestiti e perfino un mezzo di trasporto: prima una bicicletta, poi una Vespa e più tardi magari anche un’ automobile. Oltre a ciò, ad agosto c’erano le ferie e quindi la possibilità di tornare in villeggiatura al proprio paese. In città, poi, i servizi erano a portata di mano e si potevano mandare i figli a scuola.

Il boom del turismo non è bastato ad arrestare lo spopolamento della montagna. Non serve a fermare l’emigrazione il fatto che negli anni ’70 e ’80 si sviluppa l’industria in molte regioni del Centro nord, tra cui le Marche, dove crescono settori come quello dell’abbigliamento e delle calzature. In quegli anni si assiste inoltre ad un vero e proprio boom del turismo anche nelle aree interne, soprattutto quello legato alla diffusione della pratica degli sport invernali. Se si va però a guardare l’andamento demografico del Comune di Visso, ma anche quello dei comuni limitrofi, come Castelsantangelo sul Nera o Ussita ci si accorge che il calo della popolazione è stato costante negli ultimi decenni e paradossalmente non ha avuto alcun arresto in concomitanza con lo sviluppo turistico. Quando vengono costruiti gli impianti sciistici a Frontignano, si verifica un vero e proprio boom edilizio, che porta alla formazione di un centro abitato che prima non esisteva, costituito però esclusivamente da seconde case, abitate magari nei fine settimana solo durante la stagione sciistica oppure nei mesi estivi. Molti contadini o pastori in quegli anni abbandonano le loro attività tradizionali e cercano lavoro nella costruzione delle sciovie o nell’edilizia. L’ espansione di questi settori, però, dura poco, quindi l’industria turistica legata agli sport invernali non ha portato alla creazione di un numero sufficiente di posti di lavoro e pertanto non è stata in grado di fermare l’ esodo. Ne hanno beneficiato i commercianti del fondovalle, gli addetti agli impianti a fune, gli albergatori e la manodopera adibita ai servizi negli alberghi, ma evidentemente si trattava solo di qualche decina di persone, impiegate perlopiù in lavori stagionali e precari.

Il terremoto, dunque, ha sì provocato il tracollo demografico nei nostri paesi, rimasti privi in pochi anni di gran parte della popolazione attiva e ora abitati perlopiù da anziani, però non è stato la causa scatenante di un fenomeno che era già in atto.

Del resto i terremoti ci sono sempre stati, ma se avvengono in periodi in cui l’economia è florida, essi non provocano conseguenze catastrofiche, anzi, negli anni successivi agli eventi sismici si registra un incremento delle attività economiche, soprattutto nel settore edilizio e non solo. Basti pensare a quanto è successo a Visso o a Norcia nei secoli passati. Il terremoto del 1328 ebbe la stessa intensità di quello del 2016, ma la ricostruzione allora iniziò subito e i lavori furono realizzati in tempi relativamente brevi. Molti edifici storici e molte chiese, anche nei paesi vicini, furono costruiti o ricostruiti proprio in quel periodo e la stessa cosa avvenne anche nel XVIII secolo. Se invece il terremoto si verifica durante una congiuntura economica negativa, allora accentua fenomeni di crisi che erano in realtà già in atto.

Ma come era la vita nei territori di montagna nel passato? Visso, fino alla metà del secolo scorso, aveva una storia di tutto rispetto e un’economia florida, basti pensare che nel 1828 Papa Leone XII gli concesse il titolo di Città per la sua importanza. Del resto si trovava in una posizione strategica, infatti la Valnerina è sempre stata uno snodo viario di rilievo, un collegamento naturale tra il versante tirrenico e quello adriatico, non solo a partire dal Basso medio Evo, ma anche in età romana. Qui passava la via dello zafferano e anche un tratto della Via Lauretana. Di certo la grandiosità e la ricchezza del Santuario di Macereto stanno a testimoniare l’importanza del cammino che passa per Visso, soprattutto per i pellegrini che, provenienti dal Regno di Napoli, si recavano a Macereto per poi proseguire verso la Santa Casa Loreto. Ma quello che ha reso vitali questi territori è stato soprattutto l’affermarsi nel tempo di un’ economia agro – silvo – pastorale, i cui cardini erano la pluriattività, la mobilità e la solidarietà sociale. I contadini di queste terre erano mediamente più alfabetizzati dei mezzadri della pianura e anche per questo erano dotati della capacità di inventarsi un mestiere da aggiungere al proprio. Inoltre erano disposti a spostarsi per cercare un lavoro stagionale, che li aiutasse a sopravvivere. Durante i mesi invernali, ad esempio, emigravano nell’Agro Romano, dove nei grandi latifondi era richiesta manodopera aggiuntiva, oppure andavano ad Ancona per lavorare come manovali nei cantieri navali o come carpentieri nell’edilizia. Non era raro neppure che i contadini integrassero le proprie entrate facendo i facchini, un mestiere richiesto, dal momento che in passato le merci viaggiavano soprattutto sulle spalle dei portatori. Anche i venditori ambulanti e i mendicanti, di frequente assimilati ai truffatori, spesso venivano dai paesi dell’entroterra. Ad esempio, dal 1500 al 1800 erano noti in Umbria, nelle Marche e nel Lazio i ciarlatani ( forse da Cerretani, o abitanti di Cerreto, in Valnerina), abili nel parlare e quindi in grado di sfruttare la credulità della gente per trarne profitto. Essi, infatti, a Roma ma non solo, vendevano unguenti e pozioni “contro ogni sorta di veleni”, cavavano denti, “facevano giuochi di mano”, e addirittura inscenavano veri e propri spettacoli. Dal momento che finivano per fare concorrenza a medici e speziali, la loro ‘arte’ alla fine fu regolamentata. Perfino quella del mendicante era una professione abbastanza diffusa, che aveva le sue regole. Nel 1450 i magistrati di Norcia, ad esempio, avendo bisogno di notevoli somme di denaro per restaurare l’Ospedale di San Lazzaro in Valloncello, diedero ai cerretani una sorta di patente che permetteva loro di andare in giro a chiedere l’elemosina e questi furono così bravi che riuscirono a raccogliere somme ingenti, con le quali fu possibile al governo della città costruire o restaurare diverse chiese.

Mestieri caratteristici dell’Appennino Tosco-Emiliano e Umbro-Marchigiano erano anche quelli del boscaiolo e del carbonaio, che spesso venivano praticati pure dagli stessi contadini, i quali tagliavano la legna dei boschi, che veniva utilizzata per le necessità famigliari o venduta. C’erano poi i carbonai, che andavano a fare il carbone anche in regioni lontane, ad esempio quelli che provenivano dall’Appennino Tosco-Emiliano arrivavano perfino in Calabria o in Sardegna, ma era frequente che giungessero pure nei nostri territori. Le carbonaie di solito venivano impiantate in luoghi scomodi, dove non era conveniente il trasporto a dorso di mulo della legna tagliata, mentre era di sicuro più economico trasportare a valle il carbone che veniva prodotto sul posto. Nelle montagne che circondano Visso sono ben visibili le tracce di antiche carbonaie, ad esempio nei boschi che si trovano nei pressi del Monte Forgaletta, dell’Acqua Palomba, dell’ Acqua Fiecciola, del Colle della Giustizia e lungo le pendici del Monte Fema. E’ ancora riconoscibile lo spiazzo, a volte cosparso di residui di carbone, in mezzo al quale veniva collocata la ‘cotta’, cioè la catasta della legna, che era poi ricoperta di terra, in modo che al fuoco non giungesse troppo ossigeno e quindi ardesse più lentamente e producesse meno cenere e più carbone. I carbonai ( ‘li carbonari’) erano spesso laceri e sporchi e utilizzavano di solito come aiutanti i bambini, che le famiglie più povere, non essendo in grado di mantenere i figli, affidavano o addirittura vendevano loro. Questi minori, destinati a svolgere i lavori più umili e faticosi, non potevano frequentare la scuola come la maggior parte dei loro coetanei e spesso l’ignoranza e la vita misera che conducevano li trasformavano in piccoli esseri inselvatichiti, ritenuti sciocchi dalla gente comune, tanto che il soprannome di Meo, diminutivo di Bartolomeo, che veniva dato loro in Toscana, era sinonimo di sciocco. La figura del carbonaio, nero e solitario, colpiva l’immaginario collettivo, tanto che alcuni racconti e alcune filastrocche tradizionali si ispirano ad essa. Le nonne, anche nei nostri paesi, in un passato non molto lontano erano solite cantare ai loro figli e poi ai loro nipoti una ninna nanna, che evoca la figura nera del carbonaio, che incuteva paura ai bambini. “Ninna-o, ninna-o, questo figlio a chi lo do? Se lo do all’omo nero, se lo tiene un anno intero, se lo do alla Befana, se lo tiene ‘na settimana. Ninna-o, ninna-o, questo figlio a chi lo do?”.

Il modello di società che ha funzionato nel passato potrebbe funzionare anche nel presente, naturalmente adattato alle caratteristiche e alle esigenze del mondo di oggi?
Probabilmente sì, ma gli abitanti dei paesi di montagna devono maturare un maggiore senso di comunità, che può nascere soltanto dalla condivisione di esperienze, valori, bisogni tra i componenti di un gruppo e si rafforza con la partecipazione e la collaborazione. Solo se si è comunità, è possibile operare insieme scelte riguardanti il presente, ma soprattutto avere un’idea comune di futuro. Per far ripartire questi territori non servono grandi progetti calati dall’ alto. C’ è invece bisogno di una progettualità dal basso, di un coinvolgimento reale degli abitanti dei luoghi, che devono sentirsi parte attiva nelle scelte che li riguardano. L’approccio ai problemi delle aree interne, soprattutto quello dello spopolamento, deve comunque partire dal presupposto che non esiste una sola ed unica soluzione, ma diverse possibili opportunità.

Contrariamente a quanto comunemente si pensa, questi territori hanno enormi potenzialità. Ad esempio la qualità dell’ambiente naturale, soprattutto la purezza dell’aria e dell’ acqua, i ritmi di vita più lenti, potrebbero rappresentare un’attrattiva per coloro, anche giovani coppie, che sono in fuga dalle città, rumorose e inquinate, dove trovare casa diventa sempre più difficile e il ritmo della vita sempre più frenetico. Questo presuppone, però, una buona organizzazione dei servizi. Le famiglie hanno infatti bisogno di una sanità attenta ai problemi di tutte le fasce di età, di una rete viaria adeguata e di trasporti efficienti, di una connessione internet stabile, veloce e capillare, che renda possibile lavorare a distanza ed essere collegati con il resto del mondo, anche se si abita in un paese di montagna. Un’ attenzione particolare deve poi essere riservata alla scuola, che è uno dei servizi più importanti. Senza la scuola una comunità non ha prospettive reali di essere attiva e vitale.

La bellezza del paesaggio può inoltre favorire lo sviluppo del turismo, ma le aree interne hanno bisogno di un turismo ‘a passo lento’, che sia funzionale al territorio, e non di un turismo ‘mordi e fuggi’. Questo presuppone, però, la cura e la salvaguardia dell’ambiente naturale, la praticabilità e la mappatura dei sentieri, strutture ricettive adeguate e anche marketing. E’ discutibile il fatto che possano essere funzionali all’interesse di questi territori progetti come la ri – costruzione di impianti a fune, che, con l’aggravarsi del problema del cambiamento climatico, avranno un utilizzo sempre più ridotto in inverno, a fronte di un notevole impatto ambientale. Ma questo è un tema molto ‘caldo’, sul quale si sono formate opinioni divergenti. Allo stesso modo rappresenta una minaccia agli ecosistemi esistenti e al paesaggio l’istallazione di pale eoliche sui crinali del nostro Appennino. Questi impianti, presentati come ecologici, in realtà lasciano un’impronta irreversibile sul paesaggio, modificandolo profondamente. Rappresentano, inoltre, a tutti gli effetti nuove forme di sfruttamento delle aree interne da parte di multinazionali, con il rischio di provocare una loro ulteriore marginalizzazione.

E comunque il turismo da solo non basta. E’ necessario quindi lo sviluppo di altre attività, che potrebbero sembrare antiche e in qualche caso addirittura ormai quasi scomparse, come l’agricoltura, la pastorizia e l’artigianato, condotte però con mezzi e conoscenze adeguati ai tempi. Non sono pochi i giovani che sono tornati a svolgere lavori legati alla terra, con la consapevolezza che la montagna non è uno spazio da sfruttare, ma una dimensione abitata, che può offrire prospettive interessanti. Visto il sempre più diffuso rifiuto di prodotti immessi sul mercato da grandi aziende che fanno largo uso di concimi chimici e di pesticidi, possono ricrearsi spazi per un’agricoltura ecosostenibile, basata sul biologico, attenta alla qualità del cibo.

In questa ottica anche le proprietà collettive possono offrire una risposta ai problemi ambientali, economici e sociali delle zone appenniniche. Esse propongono un modo nuovo e allo stesso tempo antico di abitare la montagna e di fare politica del territorio. “Gli assetti fondiari collettivi, come le comunanze, sono forme storiche di proprietà, in cui la terra non appartiene ad individui singoli, ma ad una comunità che la gestisce secondo regole consuetudinarie condivise”. Dove esse sono in vigore tende a svilupparsi un’economia non orientata allo sfruttamento e all’accumulo, ma legata ai bisogni essenziali della comunità, ad un utilizzo oculato della terra, dei pascoli e dei boschi e alla valorizzazione delle risorse del sottobosco, come ad esempio i tartufi. Inoltre esse quasi sempre dimostrano una spiccata attenzione al contesto ecologico e ad un sano equilibrio con l’ambiente. Non mancano però problemi e criticità, che possono riguardare i rapporti tra coloro che ne fanno parte o anche quelli con Enti del territorio. Alcune comunanze, come quella di Castelluccio esistono da secoli e nel tempo hanno regolato l’ economia e gli assetti sociali del paese e continuano tuttora a farlo. Altre, invece, avevano smesso di essere operative, come quella ricostituitasi di recente ad opera di un gruppo di abitanti del Comune di Visso, in gran parte giovani allevatori.

Un’altra possibile risorsa nei paesi di montagna è l’artigianato, che in un’epoca in cui tutto è standardizzato, può rappresentare l’unicità dell’oggetto e il legame con la tradizione. Gli artigiani, soprattutto i falegnami e i fabbri, hanno un patrimonio di conoscenze da tramandare a quei giovani che vogliono restare o tornare ad abitare in montagna, perché essa potrebbe offrire l’ opportunità non solo di svolgere un lavoro gratificante e adeguatamente retribuito, ma anche una migliore qualità della vita.

Quale può essere il ruolo della politica? Il ruolo della politica Le comunità da sole non hanno però la forza di realizzare un vasto e articolato progetto di cambiamento. Allora c’è bisogno di coinvolgere la politica, che finora ha dimostrato uno scarso interesse per questi territori, che proprio per il problema dello spopolamento non rappresentano certo serbatoi di voti. Essa deve finalmente comprendere che salvare le aree interne vuol dire salvare l’Italia ed investire nel futuro dell’intero paese. Sono necessari quindi una programmazione regionale che tenga conto delle reali esigenze delle comunità e, a livello locale, di un piano territoriale che favorisca un modello di sviluppo sostenibile e una transizione energetica rispettosa dell’ambiente, evitando il rischio che si affermino nuove forme di sfruttamento, come potrebbe avvenire, ad esempio, nel caso di uno sviluppo massiccio dell’ eolico. E questo non può certo prescindere dall’unione dei Comuni limitrofi, i quali devono finalmente capire che mettere insieme le forze significa avere servizi più efficienti, ma soprattutto essere più ascoltati e più attrezzati per affrontare il cambiamento.