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Gli antichi mestieri e le botteghe della piazza

“Provare ad immaginare di tornare indietro nel tempo, alla metà del secolo scorso, e percorrere le vie del Centro storico di Visso”. 

Questo ha fatto un gruppo di cittadini vissani con i suoi racconti e le sue memorie riportando in vita i suoni, le voci, i colori e i sapori di un tempo e facendo rivivere persone e personaggi che sono stati gli attori dell’economia del paese.

Tante attività che, partendo dalla Porta Ussitana, si snodavano fino alla Piazza Martiri Vissani per arrivare a Piazza Garibaldi e a Largo Corridoni. Una serie di fotogrammi che restituiscono la visione di una comunità di cittadini laboriosi e attivi, della vita sociale che in quei luoghi si svolgeva, della vitalità economica di allora. 

Le botteghe, nei diversi racconti, sono state dipinte non come luoghi asettici di produzione, ma come luoghi di creatività e di relazione, dove l’esperienza, la passione, le conoscenze erano le caratteristiche. Una trama di radici che ancora oggi danno frutti in alcune attività che, pur cambiate negli strumenti, non dimenticano gli insegnamenti del passato. 

Gli antichi mestieri e le botteghe della piazza

Gli antichi mestieri e le botteghe della piazza
Il facocchio Il mattatoio pubblico Il sellaio L’osteria Il negozio di Marianetto Gli alimentari Il materassaio Il falegname La frutteria La sartoria La macelleria Il barbiere Il negozio abbigliamento L’Ufficio Postale La Farmacia La tabaccheria Il calzolaio Il bar centrale Il negozio del sarto La bottega di Giuseppe Faustini Il bar Sibilla L’ufficio del telegrafo Ufficio collocamento La barbieria Carloni L’Ufficio della Procura della Repubblica, il cinema e il circolo cittadino Il negozio di frutta e verdura La macelleria La ferramenta, il calzolaio, az. Serafini Gli alimentari Cappa La cartoleria Il fotografo La trattoria della Rondinella Gli alimentari Pettacci Il negozio di stoffe Il negozio di scarpe La trattoria Richetta

Il facocchio

Accanto alla Porta Ussitana, una delle quattro che puntellano le antiche mura di Visso, c’era la bottega di Giuseppe di Giacomo, detto “Zompa”, il facocchio. Il suo era un lavoro di precisione, di un artigiano altamente specializzato nella costruzione di carri a trazione animale e nella riparazione delle singole parti. Vi lavorava nonno Raffaele, un maestro d’ascia, e il racconto del nipote ci fa entrare nella bottega e respirare l’odore del legno e della colla che vi si utilizzava. Dentro ci sono tanti arnesi: l’incudine, le pinze, le tenaglie, la morsa, la sega per il ferro, la pialla, il martello, la sega a mano, la morsa a banco, l'ascia, uno strumento da taglio con la lama perpendicolare al manico. Si sentono il rumore del martello sul ferro, quello della pietra che scivola sull’ascia per essere affilata, il suo battere, le voci di chi lavora. Arriva alle narici l’odore del legno appena tagliato o del ferro raffreddato nell’acqua.
Il facocchio deve conoscere bene i vari tipi di legno, le varie essenze e proprietà per lavorarli e assemblarli. Modella il legno del ceppo a colpi d’ascia, lo squadra e ne fa ruote o pezzi che devono sostituire quelli vecchi rovinati dall’usura. Usa soprattutto legni di faggio, acero, acero bianco. Sotto la guida di “Zompa” molti affinavano il mestiere e nonno Raffaele raccontava che tra i lavoranti c’era anche una sana competizione. Ognuno vantava la sua maestria fino a scommettere chi fosse il più abile. La prova di bravura consisteva nel posizionare in verticale un fiammifero per poi provare a spaccarlo in due con l’ascia. Il premio per il vincitore era un bicchiere di vino, ma soprattutto la soddisfazione di essere il migliore!
Ogni giorno, verso le 10 del mattino si faceva la pausa per la colazione e spesso tutti andavano nella bottega di Nello il sellaio, poco distante da lì. Una volta il piccolo nipote accompagnò suo nonno e, entrando, una botte molto grande attirò la sua attenzione. Al momento della colazione un pesante coperchio di legno venne alzato. Al suo interno c’erano tranci di tonno immersi nell’olio. Nello con uno spiedo di ferro li tirò fuori, li fece scolare, li mise sopra un piatto, li bagnò con il succo di limone e li condì con sale e pepe. Una bontà che il piccolo, ormai adulto, non ha più provato!

Il mattatoio pubblico

Nel 1900 viene costruito il mattatoio pubblico, “il Macello” come lo chiamavano i Vissani. Vi lavorarono per lungo tempo Costantino Martini e i figli Elio e Armando. Lì venivano macellate le bestie, soprattutto mucche e maiali. Venivano alzate con una carrucola posizionata sopra una vasca, in cui scolava il sangue dell’animale ucciso. Oltre alla grande vasca da dove defluivano i residui della macellazione, c’era un vecchio tavolo dove si pulivano le pelli da conciare e un grande caldaio che si utilizzava per quelle dei maiali. In questo modo tutte le parti dell’animale venivano recuperate e utilizzate per altri fini oltre a quelli alimentari. La vasca era collegata ad una fogna che sversava le acque sporche in un canale, chiamato il “Fiumetto”, interrato per un bel tratto di percorso per poi risalire in superficie, a lato dei Giardini allora chiamati “della Pesa”, vicino ad un muro di cinta in pietra, che divideva lo spazio pubblico dalle case. Oggi sono intitolati al partigiano Nando Galletti.
Era, ed è ancora, un piccolo giardino caratterizzato al suo ingresso da un albero secolare di tasso. Quando il tronco non era troppo alto diventava il rifugio dei ragazzini che a volte passavano ore tra i suoi rami o perché fingevano di fare la guerra o perché si appartavano per chiacchierare con le amiche o per leggere un libro. Le mamme continuamente li ammonivano a non mettersi in bocca nessuna parte della pianta, soprattutto le sue bacche rosse, perché tutto dell’albero è altamente velenoso. A cavalcioni dei suoi rami si vedevano scorrere le acque del canale che a volte si coloravano di rosso quando il mattatoio era in attività.

Il sellaio

La bottega di Nello il sellaio in via Galliano, a destra della strettoia. Lavorava con lui Monterotti di Villa Sant’Antonio e insieme realizzavano tutti i finimenti necessari a cavalli, muli e asini. Chi modellava il legno per l’arcione, la struttura portante della sella, era Raffaele Venanzoni, il maestro d’ascia. Nella zona posteriore della sella il cuoio copriva il crine messo sotto per riparare l’animale da possibili contusioni.

L’osteria

L’osteria di Nello il sellaio che lui gestiva insieme ad Arminella e, come tutte le osterie di paese, era un elemento vitale per la vita sociale. Aveva una propria clientela fissa e affezionata, costituita però soltanto da uomini come era costume del tempo. Era anche un luogo d’incontri occasionali o di appuntamenti d’affari: vi entravano i mediatori di foraggi o di bestiame, qualche piccolo artigiano in cerca di un lavoro da fare. Era però anche il luogo del non lavoro, del riposo, dove il buon vino e il buon cibo portavano un po’ d’allegria e aiutavano a rimuovere i pensieri. Anche qui il racconto ci introduce all’interno, nella penombra del locale, intriso di sapori e odori, di atmosfere piene di vita popolare e di calore umano, dell’odore acre del “Toscano”, delle discussioni urlate e “bestemmiose”, del gioco delle carte e della morra. Arminella, dal suo bancone, che si trovava a destra dell’ingresso, vendeva anche il vino sfuso a “quartucci” e in quell’occasione le donne entravano e lo acquistavano per la famiglia. Spesso gli avventori si portavano il cibo, soprattutto la pizza di Antonio Cappa che aveva il forno di fronte, e ordinavano soltanto da bere. L’interno era poco illuminato dalla luce che entrava dalla porta a vetri e da una piccola finestra.

Il negozio di Marianetto

Qui nei giorni di mercato vi apriva la porta Marianetto, un signore di Norcia. Dall’interno usciva un profumo di tartufi, la sua preziosa merce. Un angolo della bottega era poi riservato a filati, biancheria e tessuti. Si potevano trovare anche maglie, mutandoni, pancere e calzini che la mamma realizzava a mano con la lana di pecora, considerata, a buon ragione, fino agli anni ’50 del XX secolo “l’oro bianco dell’Appennino”.

Gli alimentari

Qui si apriva la bottega di alimentari di Antonio Cappa, dal cui retro venivano sfornati tutti i giorni il pane e la pizza. Vi si accedeva salendo due gradini di pietra lucidi e consumati al centro dall’antico e continuo calpestio. Un profumo di pane fresco, mescolato a quello dei salumi, dei formaggi, delle alici in salamoia e del tonno sott’olio, accoglieva chi vi entrava. Le pareti erano ricoperte di scaffali alti fino al soffitto a volta. Il bancone occupava tutto il lato opposto all’entrata, ad eccezione di un piccolo spazio a destra che portava alla porta di accesso al forno.
Le donne di casa, Chiarina, la sorella di Antonio, e Domenica detta “Menicuccia”, la moglie, servivano i clienti. Quando non era occupato al forno anche Antonio, passando dalla piccola porta, con le mani bianche di farina, portava nella cesta il pane appena sfornato e si preparava a servire i clienti.
Gli alimenti acquistati, quindi anche il pane, venivano incartati con fogli di carta paglia. Il packaging di allora!
Nel suo forno, nella settimana antecedente la Pasqua le donne del quartiere andavano a cuocere le Pizze di Pasqua, un dolce tipico dell’entroterra marchigiano, a forma di panettone con canditi, estratti di limone, cannella e vaniglia, che necessitava di un lunghissimo tempo di preparazione e lievitatura. Le pizze, dalle 10 alle 15 circa, arrivavano ad Antonio dalle case private pronte per essere infornate, ma non senza essere messe al vaglio della sua esperienza per verificarne la giusta lievitatura. Curioso era vedere la tipologia delle teglie dove si adagiava l’impasto che poi diventava pizza: pentole di tutte le dimensioni spesso senza manici, barattoli di alluminio di media grandezza prima contenitori di tonno sott’olio o di salsa di pomodoro. Insomma una carrellata di forme e volumi diversi.
Dopo la cottura, a cui le proprietarie assistevano con “devozione”, le pizze sfornate venivano tolte dalle forme da Antonio e sua sorella Chiarina e messe su lunghe tavole rettangolari di legno in attesa di essere abbellite con la “fiocca”, una mescola di zucchero, albume d’uovo montato a neve e un po’ di succo di limone. Con questa si ricopriva la parte superiore della pizza che poi veniva costellata da tanti piccoli, rotondi e colorati zuccherini.
Il profumo inondava, nei giorni precedenti la Pasqua, le vie intorno!
Ogni quartiere aveva il “suo” forno: la via del Bargello quello di Busti, usato normalmente per cuocere la porchetta; il Pantano quello di Caterina detta “la Ciucciona”, il rione S. Francesco quello di Augusto Cappa detto “Garibaldi”.
Ma di Antonio era famosa la pizza bianca con olio e rosmarino. Era alta, morbida e profumata, aveva un gusto particolare che veniva esaltato dalle diverse farciture, sulle quali svettava la mortadella. Con essa la pizza diventava sublime!
“Una pizza favolosa,- si ricorda - irregolare, con depressioni piene di olio e rosmarino. E di un gran profumo! Antonio affettava questa pizza che prendevi con le mani e le oliavi tutte! Una bontà divina!”
I ragazzini stavano sempre lì intorno ad aspettare che arrivasse la farina da scaricare nell’entrata posteriore che si apriva sul vicolo retrostante. Si offrivano ad aiutarlo perché alla fine venivano ricompensati con una bella fetta della deliziosa pizza!
Ma Antonio aveva anche una grande maestria nel catturare gli animali con “i lacci”, trappole costruite con un bastone e un laccio legato ad esso e posizionato in forma circolare in modo che all’arrivo dell’animale potesse stringerlo nelle zampe. Antonio li usava per proteggere le sue galline da faine e martore. Gli bastava guardarsi intorno per capire dove sarebbe passato l’animale e non si sa come facesse, ma ne prendeva sempre qualcuno. Un giorno andò dal suo amico Luigi Piscini, zoologo e biologo, perché non era convinto di che razza fosse l’animale catturato. Pensava fosse “lu gattu puzzu” come chiamavano in dialetto il gatto selvatico. Ma era troppo grande, così si accorsero che aveva catturato una bellissima lince, purtroppo uccisa dai lacci.

Il materassaio

In fondo alla piazzetta c’era il laboratorio di Giuseppe Pomanti, detto Peppaccio, il materassaio. Al suo interno si trovava il cardalana, uno strano attrezzo formato da due tavolette irte di chiodi ricurvi: una era fissa e vi si appoggiava la lana da cardare, l’altra, collegata con due stecche di legno ad un piccola impalcatura, veniva manovrata avanti e indietro in modo da “allargare” i fiocchi di lana.
Realizzava materassi con la lana proveniente dalle pecore allevate nei dintorni. La lana tosata era portata alla Filanda di Romano Cappa, situata dopo Porta S. Angelo. Lì era lavata e pulita per poi essere venduta.
La maggior parte del suo lavoro consisteva però nel mettere mano ai materassi in uso, nei quali la lana aveva bisogno di essere “rinfrescata” per tornare soffice.
Spesso il lavoro di rigenerazione veniva fatto nella casa del cliente, così Peppe trasportava lì tutti i suoi strumenti di lavoro, aghi di varie misure, fili particolari e resistenti e il cardalana. La procedura era abbastanza lunga e poteva durare l’intera giornata.
Il periodo di maggior lavoro si concentrava nei mesi estivi perché la lana veniva estratta dalla fodera del materasso, lavata e messa al sole ad asciugare prima di essere “allargata”.
Il momento di maggiore maestria del materassaio era quello in cui rimetteva i fiocchi nella fodera per fare in modo che il materasso non avesse avvallature. Quindi ricuciva i bordi da entrambi i lati con aghi lunghissimi, vi realizzava tutt’intorno cornici precise per ridargli forma e bellezza.

Il falegname

La bottega di falegname di Giuseppe Loreti detto “Panzone”. Lì costruiva soprattutto bare, aiutato anche da Peppe il materassaio.
Era un uomo burbero che raramente sorrideva. Lavorava quasi sempre all’esterno dove su due cavalletti poggiava le casse per assemblarle e rifinirle. Erano in genere di legno di pioppo o di castagno e venivano realizzate su misura.

La frutteria

Dagli anni ’50, nella Piazza G.B. Gaola Antinori si affacciava un piccolo negozio, che timidamente annunciava la sua presenza grazie ad un corto piano inclinato posizionato all’esterno dove poggiavano alcune cassette di verdura e frutta. Era il negozio di Isotta, una signora sempre sorridente, accogliente e dall’aspetto matronale. Il marito Pietro Mocci, detto Testasecca, aveva il camion e andava nei mercati per rifornire il negozio e anche per portare la frutta nelle frazioni. Questa attività venne chiusa nel 1962 quando Pietro acquistò il Bar centrale. Da quel momento il locale è divenuto l’ufficio della Guardia municipale.

La sartoria

La sartoria di Filippo Ghezzi, un uomo elegante e raffinato, buono fino all’inimmaginabile. A colpire il cliente che entrava nel laboratorio erano i suoi gatti, accovacciati ai suoi piedi o vicino alla stufa a legna. Realizzava vestiti da uomo con l’aiuto di Caterina, la sua lavorante, spesso per i pastori transumanti che tornavano dalla Maremma e avevano bisogno di rinnovare il loro abbigliamento, coinvolto quindi, come altri artigiani, nell’economia della transumanza. Cuciva vestiti su misura secondo le indicazioni del cliente, ma ogni vestito metteva in evidenza la sua vena creativa, molto del suo modo di tagliare la stoffa e la sua impostazione. Le sue scelte erano legate anche alle sue personali caratteristiche, ma anche alle tariffe concordate al momento dell’ordinazione.
All’interno della sua sartoria c’era un grande tavolo dove veniva stesa la stoffa per poterla segnare come modello e poi tagliarla. Il taglio era la parte più importante ed era esclusiva di Filippo. Quindi veniva costruito l’abito riunendo le parti con cuciture, sottopunti, punti lenti, ecc. Il cliente veniva invitato ad andare almeno due volte durante la realizzazione del manufatto per la misurazione che serviva a controllare se tutto fosse a posto o nel caso a riadattare la parte che non andava e segnarla da grandi punti di filo da imbastire o da spilli.
La sua bottega era anche un luogo dove si veniva accolti soltanto per fare quattro chiacchiere e stare un po’ in compagnia mentre le sue mani esperte realizzavano giacche, pantaloni e tanto altro. Nel 2007 ancora lavorava e questo lo testimonia Pietro Venanzoni che porta a Filippo molti pantaloni, giacche e altro per essere ristretti.

La macelleria

Qui si apriva la macelleria di Mario Bartolini, adiacente all’ingresso del Palazzo Melchiorri.
Il locale di vendita aveva le pareti rivestite di mattonelle e sul fondo c’era il bancone dietro al quale si accedeva per mezzo di due scalini di pietra. Nel suo ripiano era poggiata la bilancia ed esposti diversi tagli di carne a disposizione della clientela. Sulle pareti, in apposite gancere, erano appesi mezzi bovini, agnelli, polli, tacchini, acquistati da allevatori del posto, così da mostrare la merce nel modo più evidente possibile. Nel retrobottega vi eseguiva numerose operazioni, dalla scuoiatura degli agnelli e dei capretti al taglio delle parti dei grandi animali arrivati dal mattatoio dissanguati e sviscerati. In questo locale c’erano le attrezzature per la trasformazione delle carni: i tritacarne, le insaccatrici, i coltelli e quant’altro. Spesso Mario, quando non c’era nessun cliente, lo trovavi appoggiato allo stipite della porta con il suo grembiule macchiato delle rosse tracce del suo lavoro.

Il barbiere

Si chiamava Daniele Ferretti uno dei barbieri che aveva il suo negozio all’inizio della Piazza Pietro Capuzi. Lì gli uomini si recavano non solo per farsi fare la barba o tagliare i capelli, ma anche per parlare di sport e incontrarsi con i conoscenti e gli amici e raccontarsi le ultime novità. Due poltrone davanti agli specchi con sottostanti lavandini, accoglievano i clienti a cui i capelli venivano tagliati con pettine e forbici, naturalmente corti, lisci e lucidi, corti sui lati e più lunghi sopra, spesso pettinati con la riga da una parte. Rasoi affilati erano usati per il taglio della barba su visi coperti da schiuma sapientemente montata con il sapone da barba e poi applicata con il pennello. Nella parete opposta vi erano sedie su cui fare accomodare le persone in attesa del proprio turno. A completamento dell’arredo seguivano l’attaccapanni e il portaombrelli. Il lavoro del barbiere rispetto a quello attuale era molto più semplice tant’è che gli arnesi si riducevano a pochi pezzi: il pennello da barba, il sapone, qualche rasoio, la pietra di allume, eventualmente la pietra per affilare – unitamente alla “strappa” di cuoio - i rasoi stessi, un pettine, un paio di forbici, la “tosatrice” che serviva per eseguire tagli di capelli a mano, una boccetta (contenete alcool) con pompa a spruzzo, cipria e spazzola per eliminare i residui dei capelli tagliati.
Oltre a Daniele , a Visso c’era anche un altro barbiere: Libero Cippitelli che lavorava in una bottega situata a Largo Corridoni. Da lui i bambini non si accomodavano su una poltrona, ma su un cavallino di cartapesta che agevolava il lavoro di Libero che per i piccoli clienti diventava un bel gioco!
A quei tempi il barbiere lavorava anche la domenica mattina. Il lunedì era dedicato al cambio della biancheria e alla pulizia dei ferri.
Al pari dei caffè, delle “osterie” e delle botteghe dei “sarti” e dei “ciabattini”, i barbieri erano punti di aggregazione e di socializzazione.

Il negozio abbigliamento

Qui si apriva il negozio di Feliciano Sabbatucci, detto Ciano, rimasto attivo fino agli anni ’70. In realtà i negozi erano due, uno dedicato ad abbigliamento, lana e biancheria e in parte anche destinato ad una piccola oreficeria che gestiva la moglie Ines, detta “ la Cianessa”. Un altro fungeva sia da magazzino che come luogo di vendita di tartufi. In questo settore del commercio Sabbatucci collaborava con Antonio Fattori. Ettore Orsolini, proprietario di un taxi, una bellissima fiat 1400 nera, andava ad Alba per venderli. La sua macchina sempre lucida e pulita, uno spettacolo che tutti invidiavano. In realtà Ettore, come primo lavoro faceva l’elettricista e l’impiantista della ditta dell’ingegner Serafini, proprietario della centrale elettrica ubicata alla fine di via dei Molini.

L’Ufficio Postale

Qui c’era l’Ufficio Postale. Inizialmente era stato diretto da Angelo Melchiorri, poi alla sua morte dal figlio Guido, padre di Giuseppe e Ninì Melchiorri. Alla scomparsa di Guido diventa direttrice la moglie, Antonietta De Santis, originaria di Saccovescio, detta “Sora Tota”. In seguito Giuseppe e il fratello dopo aver superato il concorso, diventano impiegati e poi Direttori nello stesso ufficio, trasferito negli anni ’60 in via G. Rosi.
La porta d’ingresso era a due ante di legno con vetri opachi. Chi entrava camminava su un pavimento anch’esso di legno, ma grezzo ed arrivava al bancone sopraelevato e realizzato con un legno più pregiato. Sopra di esso penne, timbri, inchiostro, a terra sacchi di iuta pieni della posta ricevuta o da spedire. Era un luogo caldo e accogliente anche grazie all’affabilità della Signora Tota e dei suoi figli. Particolare il racconto di Giuseppe sul padre Guido. “ All’epoca non c’era un orario preciso di lavoro per gli impiegati, quindi papà lavorava fino a tardi, ma si alzava sempre a mezzogiorno. La sera si attardava con il Giudice Greco che andava a trovarlo e insieme vivevano il momento del parlare in tranquillità da buoni amici”.

La Farmacia

Qui si trovava la Farmacia del Dott. Venanzo Leboroni, divenuta poi del figlio Natalino e di sua moglie Nola originaria di Taverne di Colfiorito. Un locale ampio con le pareti laterali ricoperte da due mobili di legno pregiato la cui parte alta era costituita da vetrine ad arco e la sottostante da scaffali chiusi da sportelli. Vi si conservavano i vasi di ceramica contenenti essenze, oli e preparazioni galeniche e in tempi più recenti le confezioni dei medicinali. Il bancone in noce come i mobili laterali, si trovava di fronte all’entrata. Aveva il piano in marmo bianco, un po’ ingiallito dal tempo, sopra al quale era poggiato un registratore di cassa con cassetto. Un armadio simile alle scaffalature laterali, con al centro un’apertura ad arco, divideva lo spazio pubblico da un vano adibito a laboratorio, dove si realizzavano preparazioni galeniche, creme, unguenti, sciroppi, medicinali in gocce, polveri (poi chiuse in ostie) e capsule fino all’avvento dei medicinali prodotti dall’industria farmaceutica. Uno spazio era riservato ad un piccolo ufficio. In seguito la farmacia è stata gestita dal figlio di Nola, Tancredi Leboroni, fino agli anni ’80.

La tabaccheria

Qui c’era, ed è rimasta fino al sisma del 2016, la tabaccheria, accanto alla quale si apre lo stretto Vicolo Angelini che sale ancora verso la strada del colle della Concezione. Era gestita da Marietta Maggi e poi da suo figlio Luigi Maggi e dalla moglie Margherita. Oltre a vendere Sali e Tabacchi vi si vendevano altri generi che lo Stato aveva in monopolio. In seguito si è rifornita anche di profumi, creme, calze e calzini. All’esterno ben visibile è durata nel tempo l’insegna con la T bianca su sfondo nero.

Il calzolaio

Sotto il porticato del Palazzo Varano si aprivano tre locali. Il primo era quello di Giuseppe Capuzi, il calzolaio. Un laboratorio stracolmo di attrezzi e materiali appesi alle pareti o sparsi sopra il deschetto e un cumulo di lavori da eseguire. Invaso da odori di colle, cuoio, lucido per scarpe o di altri materiali. Nella parete di destra vi erano anche un allargascarpe e una lucidatrice. Quasi al centro un tavolo in legno dotato di alcuni cassetti, dove riporre gli attrezzi più utilizzati, sempre colmo di calzature, chiodi, aghi, spaghi, pinze, colle, tinture e una lesina, un arnese dotato di un grosso ago a uncino che buca il cuoio delle scarpe per permettere il passaggio dei lacci. Il locale non era soltanto un luogo di lavoro, ma anche di chiacchiere con gli amici, discussioni politiche anche animate, dove si confrontavano pensieri diversi. Giuseppe Capuzi ribadiva la sua fede comunista, ma tutti erano ben accolti anche chi non condivideva le sue idee. La sua bottega attirava anche la curiosità dei bambini che rimanevano affascinati dai tanti oggetti “strani”, dai chiodi di varie dimensioni e dalla maestria di Giuseppe nell’usarli. Restavano a volte un po’ di tempo con lui che aveva sempre a disposizione per loro un piccolo martello e dei chiodi che i bambini potevano piantare su un angolo del suo tavolo da lavoro!

Il bar centrale

ll bar Centrale di Alfredo Cioli. I clienti venivano serviti in un lungo bancone con il piano di pietra o in qualche tavolino che stava di fronte ad esso. I suoi buonissimi gelati erano preparati dal figlio Alessandro con una procedura molto particolare per noi che oggi li troviamo di ogni qualità e forma. Venivano realizzati soltanto due gusti, crema e cioccolato e usati come ingredienti soltanto latte, uova, cacao e zucchero. Il latte all’inizio veniva acquistato ad Ussita ed era compito di un tale Pippicocco andarlo a prendere con la sua bicicletta. Le uova arrivavano direttamente dai contadini. Successivamente il fornitore di latte diventa Papa di Villa S. Antonio. La crema e il cioccolato erano preparati a casa in grandi pentole con il fondo doppio che poi si portavano al bar e venivano messe dentro contenitori di metallo cilindrici, chiusi da un coperchio in una macchina che li mantecava e raffreddava. Una volta pronti la crema e il cioccolato venivano messi in apposite vaschette chiuse da un coperchio, pronte per essere servite. Più tardi Alessandro aggiunse il gusto torroncino, realizzato con i torroni natalizi sbriciolati e aggiunti alla base di crema. I suoi gelati erano molto buoni tanto che, la sorella racconta, un signore di Civitanova veniva apposta a Visso per gustarli. Nel 1962 l’attività è stata acquistata da Pietro Mocci, detto Testasecca, che l’ha tenuta fino agli anni ’90, mantenendo le tradizioni del vecchio proprietario soprattutto nel fare i gelati, compito affidato alla moglie Isotta.

Il negozio del sarto

Il laboratorio di Gaetano Flammini, originario di Preci, dove esercitava il mestiere del sarto. Insieme a Giuseppe Capuzi e Alfredo Cioli condividevano le stesse idee politiche, tanto che ironicamente questo spazio veniva chiamato ”Via delle Botteghe oscure” per la fede dei tre gestori.

La bottega di Giuseppe Faustini

Chi entrava in Piazza dalla Porta S. Maria, subito sulla destra, trovava la bottega di Giuseppe Faustini, detto “lu Ruscittu”, un uomo piccolo e silenzioso che indossava un grande paio di occhiali dalla montatura scura e uno spolverino grigio a preservare i vestiti dallo sporco. Vendeva macchine da cucire, materiale elettrico e bombole del gas che trasportava nelle case con un carretto di legno dai manici di ferro. Aggiustava anche biciclette, ma in seguito questa attività la svolse in un altro locale sito accanto alla chiesa di S. Agostino, nella parte alta della Piazza. Nel negozio, il venerdì, giorno del mercato, faceva recapito Fuzio Feliziani, un orefice di Tolentino. Nelle sue scatole di legno conservava e poi mostrava ai clienti i gioielli, adagiati sopra letti di velluto blu.

Il bar Sibilla

Negli anni 30/40, attraverso una porta di legno e vetro si entrava nel bar di Sestilia, moglie di Gigetto Maccari, una donna robusta e di carattere. All’interno molti giocavano a carte e tra questi, cliente affezionato era Giovanni Ferranti per anni segretario comunale a Visso e Castelsantangelo sul Nera (morto nel ’65). L’attività è stata poi venduta a Ruggero Ruggeri che l’ha tenuta fino al 1978 quando viene acquistata dal sarto Gaetano Flammini. Il bar aveva all’origine soltanto due locali, quello principale, dove era il bancone con il piano di marmo, e uno più piccolo attiguo. Con la famiglia Flammini i locali diventano tre in quanto si acquista quello di Faustini per realizzare una sala biliardo.

L’ufficio del telegrafo

Sotto il loggiato del Palazzo dei Governatori c’erano gli Uffici del telegrafo e del telefono. Per fare una telefonata occorreva prenotarsi e quindi si dava all’operatore il numero da chiamare. Si aspettava il tempo della connessione e poi si entrava nella cabina per parlare. In seguito vi viene installato il telefono a scatti, molto più immediato perché non c’era bisogno della mediazione dell’impiegato, che aveva il compito di monitorare il tempo della conversazione e quindi ritirare la somma corrispondente al numero degli scatti. Anche questo tipo di telefono viene soppiantato da quello a gettoni sempre posizionato nella cabina dove si garantiva la riservatezza all’utente.

Ufficio collocamento

Qui si trovava anche l’Ufficio di Collocamento, dove lavorava Mario Cavalletti. Chi si iscriveva nell’elenco del collocamento veniva fornito di una tessera, conosciuta anche come Tesserino rosa, dove mensilmente si provvedeva ad annotare lo stato di disoccupazione per consentire al richiedente la permanenza nella graduatoria e non perdere eventuali posti di lavoro. Una volta acquisito il lavoro, la tipologia era trascritta sul Libretto di Lavoro. Chi intendeva assumere del personale, doveva presentare una "richiesta di avviamento al lavoro", nella quale andavano inseriti soltanto i dati relativi al numero di coloro che venivano richiesti e la qualifica che dovevano possedere.

La barbieria Carloni

In un locale di proprietà del Comune dagli anni ’70 Ubaldo Carloni, detto “Sghizzo, ha esercitato il suo mestiere di barbiere.

L’Ufficio della Procura della Repubblica, il cinema e il circolo cittadino

Al secondo piano del Palazzo dei Governatori aveva sede l’Ufficio della Procura della Repubblica, dove originariamente c’era l’Ufficio del Giudice. Questa rimase aperta soltanto tutti i venerdì soltanto con la presenza del pretore e del cancelliere.
Al primo piano si apriva la sala del cinema, gestita da Sole un signore di Appignano, che aveva la platea e la galleria con file di sedie ribaltabili in legno. Le pellicole da proiettare venivano ordinate dall’ingegnere Antonio Burchi e da lui stesso mandate in una cabina in cui si accedeva da una porticina situata tra il bar Sibilla e il magazzino di Sebastiani. I cartelloni pubblicitari di ogni film venivano affissi fuori del loggiato e, in forma ridotta, anche sulla porta della Chiesa. In essi era tassativamente indicata l’eventuale visione vietata ai minori. Le proiezioni avvenivano la domenica pomeriggio e dopo cena. In seguito l’appalto del cinema viene dato al signor Ventura di Sanseverino Marche e a Burchi succede Mario Blanchi, detto “Uccio”.
Attiguo alla sala del cinema c’era il Circolo cittadino che comprendeva un bar, una stanza dove si giocava al biliardo, un’altra dove si poteva guardare la televisione e una grande sala da ballo utilizzata soprattutto nel periodo di Carnevale. Un personaggio particolare, assiduo frequentatore del biliardo, era Mario Montebovi, detto “Mafisce”, accanito giocatore e frequentatore, tanto da avere lì la sua stecca personale.

Il negozio di frutta e verdura

Qui si apriva il negozio di frutta e verdura di Cecilia (detta la Sardegnola, forse perché originaria di Macomer un paese della provincia di Nuoro) e di Corinto Sargenti. Negli anni ‘70 è stato acquistato da Giovanni Sabbatini cha ha continuato a vendere frutta e verdura come faceva già, insieme ai suoi genitori, in un piccolissimo locale situato dietro la Piazza, in via Toselli, dove prima di lui, c’erano state due trattorie: una gestita da una signora di Piobbico, Ida Topi quella che dai vissani veniva chiamata la “trattoria della “Spiobbica”, l’altra gestita dalla famiglia Blanchi.

La macelleria

Si apriva qui l’ attività di macellaio di Sante Calabrò, originario della Tunisia, aiutato dalla moglie Lucia e poi dal figlio Angelo che ha continuato il lavoro per poi lasciarlo a sua volta al figlio Giorgio.

La ferramenta, il calzolaio, az. Serafini

Si susseguivano poi altri negozi: la ferramenta di Cristina Di Rocco, la bottega del calzolaio Barboni, detto “lo Sbruzzoloso”, l’Ufficio dell’Azienda elettrica Serafini, gestito dall’Ingegnere Burchi come dipendente. Antonio Burchi, singolare nei suoi pantaloni alla zuava che mai ha abbandonato, è stato per il paese una persona importante. Faceva ripetizione a tutti, aiutava chi poteva. Era un appassionato della montagna e una volta l’anno, nel mese di luglio, faceva un’escursione con i ragazzi al Vettore. Partivano da Visso a mezzanotte e a piedi arrivavano sulla cima del Vettore più meno all’alba per poi tornare alle sei o sette di sera di nuovo a Visso. Dopo che l’Azienda è stata assorbita dall’ENEL, l’ufficio è stato chiuso e ha ospitato l’emporio di Elio Aureli.

Gli alimentari Cappa

Il negozio di alimentari di Giuseppe Cappa, detto Gigi, sindaco a Visso nel dopoguerra dopo il periodo del podestà. Era un signore alto e distinto, con i capelli bianchi e gli occhiali. All’interno del negozio troneggiava il bancone di legno al quale si accedeva salendo due gradini. Sotto ad esso si aprivano dei cassetti con il davanti di vetro dove erano sistemati vari tipi di pasta secca. Il pane che vendeva era fatto dal fratello Augusto, detto Garibaldi, un soprannome datogli dal padre forse perché era un po’ ribelle, un po’ “garibaldino”, diverso da Gigi molto più serio.

La cartoleria

Qui c’era la cartoleria di Eugenia, una signora bionda, alta, magra, molto precisa e austera, severa all’apparenza. Gomme rosse e blu, gomme pane, quaderni con la tavola pitagorica, righelli, squadrette, inchiostri, colle, grafite e carta, riposti ognuno nel proprio scaffale o cassetto, sprigionavano il profumo inconfondibile di una cartoleria. Il negozio era piccolo e non troppo illuminato con il pavimento a tavolato di legno, come di legno erano il tavolo e le scaffalature. La cartoleria è stata poi acquistata da Zemira Aureli che l’ha lasciata al figlio Elio.

Il fotografo

Si apriva qui lo studio di Rino il fotografo, proveniente da Camerino dove aveva l’attività principale. Le sue fotocamere a pellicola hanno fotografato tutti i bambini di allora! Una commessa gestiva il negozio dove si vendevano macchine fotografiche e rullini che poi i clienti lasciavano per essere sviluppati.

La trattoria della Rondinella

Qui era aperta l’osteria di Teresa detta “la Rondinella”, una donna piccola che camminava sempre svelta, svelta, su e giù per le scale. Forse è da questo suo modo di essere che deriva il soprannome. Affittava le camere che si snodavano nei 4 piani soprastanti, in uno dei quali anche lei abitava con la famiglia.

Gli alimentari Pettacci

Il negozio di Pettacci, comprato nel 1918 da Giuseppe e Clementina. Vi si vendevano biancheria, lana, calze, bottoni, giocattoli, tabacchi. Era anche un alimentari e una norcineria. La casa sovrastante era di loro proprietà e si poteva accedere ad essa da due ingressi: una in via 24 maggio e uno in via Giacomo Leopardi. Due stanze del primo piano erano riservate alla lavorazione delle carni del maiale, “alla pista” come veniva detto in dialetto: una per l’insaccamento e l’altra per la stagionatura. Solo più tardi il laboratorio è stato trasferito al piano di sotto accanto al negozio. Nel 1949, quando la figlia Fedora ha sposato Agostino Tarragoni, il negozio è stato ampliato e diviso in due parti, una dedicata agli alimentari e una a lane, biancheria e stoffe che Fedora comprava a Foligno da Vagaggini. L’appartamento sovrastante, ormai libero, viene affittato. Uno degli inquilini è stato Giuseppe Buti, per tanti anni medico condotto di Visso.

Il negozio di stoffe

ll locale che era stato del barbiere Italo Tuccini, negli anni ’60 è affittato ai fratelli Servili di Pieve Torina, i quali nei giorni delle fiere e dei mercati aprivano il loro negozio di stoffe. Era merce soprattutto rivolta al pubblico dei pastori e degli agricoltori che chiedevano tele pesanti e durature. Poi, su sollecitazione del Comune, l’attività si è spostata nel negozio anch’esso di stoffe di Sacchetti, all’angolo di via 24 maggio. Il nuovo punto vendita, con le pareti tappezzate di rotoli di stoffe di ogni tipo, resta quindi aperto ogni giorno. Più tardi Silvio Servili acquista il locale attiguo, dove era l’alimentari di Luigi Cappa, e il negozio viene ampliato.

Il negozio di scarpe

Sempre sulla sinistra, salendo verso S. Agostino, negli anni ‘70 M. Teresa Capuzi, la figlia di Giuseppe Capuzi, apre il suo secondo locale dopo essere stata in quello che avevano utilizzato i fratelli Servili. La sua è una storia lunga. A 15 anni aveva già appreso l’arte del commercio delle calzature che negli anni è maturata e l’ha portata a creare un negozio nella Piazza principale fornito di scarpe e borse di pregio, frequentato anche da clienti che appositamente arrivavano da fuori Visso. Un’ imprenditrice dalle molteplici qualità, soprattutto molto creativa. Ad ogni cambio di stagione la sua vetrina si rinnovava con gusto ed originalità e i Vissani aspettavano curiosi il momento in cui veniva tolta la carta velina che copriva la sua creazione, certi che sarebbero rimasti stupiti ancora una volta. Dopo il terremoto del 2016 ha spostato la sua attività nella via che conduce a Borgo S. Antonio per poi chiuderla quando è arrivato il momento della pensione.

La trattoria Richetta

Nel Vicolo del Bargello, parallelo alla Piazza Capuzi, nel 1952 Romolo Blanchi, detto Romoletto, e sua moglie Enrica, detta Richetta, aprono un'osteria. In realtà vi trasferiscono quella che avevano gestito dal 1947 in via Pietro Toselli. All’interno dell’attività il ruolo di Romolo era quello di occuparsi degli acquisti, mentre la moglie “Richetta” si dedicava soprattutto alla cucina, ma era fondamentale nella gestione delle pubbliche relazioni con il suo fare accogliente e il suo sorriso. Entrambi, comunque, sempre molto intuitivi e competenti nella conduzione della trattoria. Da un antico magazzino di legnami realizzano la cucina, posta al centro tra due ambienti dove gli avventori potevano consumare pasti o stare in compagnia davanti un bicchiere di vino e gazzosa o anche giocare a carte. Tutto il locale veniva riscaldato da due stufe, una a carbone, posizionata nello spazio dietro la cucina e una particolarissima “a segatura” nell’ingresso dell’osteria, acquistata a Belforte. Era formata da un cilindro metallico fornito di un coperchio estraibile. Per caricarla si inseriva un altro cilindro che conteneva la segatura pressata, nel cui centro si creava un foro dove veniva acceso il fuoco. Dopo questa operazione si richiudeva il coperchio. All’interno si sprigionava la prima fiammata, poi la combustione diventava lenta e la segatura bruciava in tre o quattro ore. Il tubo da cui fuoriusciva il fumo formava una grande “L” e così il calore poteva irradiarsi in tutto l’ambiente.
La cucina aveva un soppalco dove venivano messe le damigiane di vino. Da esse partivano dei tubi di vetro che arrivavano in basso e finivano con un rubinetto. Il vino così scendeva a caduta e veniva utilizzato comodamente al bisogno. Quando le damigiane si svuotavano venivano rimpiazzate da quelle piene. Questo cambio avveniva grazie ad un marchingegno detto “la taglia”, una carrucola particolare che le faceva scendere e salire. Il vino della trattoria era accuratamente scelto da Romolo che andava di persona nelle cantine di Matelica ad acquistarlo.
Sotto il lavandino una vasca con acqua corrente veniva usata per raffreddare le bevande.
L’osteria era frequentata soprattutto da uomini di Visso, Castelluccio, Fematre. Molti entravano con “la sporta”, cioè un telo a quadri bianchi e blu che conteneva pane, un po’ di cibo e piatti per mangiare. Se mancava qualcosa si comprava in osteria. Era questo un modo per risparmiare e non privarsi però di un momento di convivialità.
La trattoria nel 1972 si trasferisce in Piazza Garibaldi per rimanervi fino al 2016, l’anno del terremoto del Centro Italia.
I clienti aumentano quando si realizzano gli impianti di sci di Frontignano e grazie ad un giornalista di Macerata si parla della “Trattoria Richetta”, nome con cui nel frattempo Romolo e la sua famiglia hanno chiamato la loro attività. Da quel momento si trova nelle guide turistiche italiane e anche europee diventando famosa.