Ambienti e biodiversità dell’alta Valnerina

I Sibillini sono monti dai mille volti e forti contrasti. Il disegno di Antoine de La Sale inserito nel suo diario di viaggio “il Paradiso della Regina Sibilla” del 1420 mostra un paesaggio armonioso e rassicurante, con floride campagne ricche di fonti, torrenti, mulini, chiese e villaggi, sul quale tuttavia incombono cime minacciose che celano mondi misteriosi e inesplorati. Non è dunque un caso che proprio qui la leggenda abbia collocato il regno della fata Sibilla, figura ambigua per antonomasia, che ben simboleggia la doppia natura, al contempo benigna e matrigna, di questi monti.
Lungo la dorsale principale dei monti Sibillini corre lo spartiacque che separa il versante adriatico, a nord e ad est, da quello tirrenico, ad ovest. I due versanti si differenziano non solo per le diverse condizioni climatiche, ma anche per le diverse forme e strutture modellate nel corso delle ere geologiche.
Il massiccio del Monte Bove, soprattutto nei versanti est e nord del Monte Bove Nord (2113 m), presenta pareti di calcare massiccio che, con i loro dislivelli di circa 700 m, sono tra le più imponenti dell’intero Appennino. La val di Bove e la val di Panico mostrano invece molto chiaramente la loro origine glaciale. Contrariamente al loro aspetto apparentemente immobile, inanimato ed eterno, le montagne hanno una storia, che ha inizio con la loro nascita. I monti Sibillini sono montagne “vive”, nate dalla vita, e in continua evoluzione. La loro struttura geologica più antica è infatti costituita da calcare massiccio, formatosi circa 200 milioni di anni fa dalla sedimentazione di depositi carbonatici di origine organica – derivanti cioè da strutture calcaree di animali (come coralli e conchiglie) e alghe – che si sono stratificati per centinaia di metri di spessore nei fondali di un mare caldo e poco profondo. Solo in tempi molto più “recenti”, a partire da circa 7 milioni di anni, gli strati rocciosi sono emersi dal mare sotto le spinte causate dallo “scontro”, tuttora in atto, tra le placche africana ed europea della crosta terrestre. Gli agenti atmosferici nelle diverse fasi climatiche, tra cui le glaciazioni, di cui la più recente (quella del Würm) è terminata circa 12.000 anni fa, insieme al carsismo, hanno infine modellato le forme superficiali di questi monti, creando circhi glaciali, morene, forre, doline e inghiottitoi.


Il versante occidentale, detto anche “Costa del Vettore”, della Cima del Redentore (2.449 m), massima elevazione umbra, costituisce una spettacolare manifestazione di piano di faglia diretta, lungo il quale la porzione occidentale della crosta terrestre è “scivolata” verso il basso di circa 1000 m, formando il Piano Grande; solo negli eventi sismici del 2016, la linea di faglia superficiale mostra un abbassamento di circa 1-2 metri.
Biodiversità
Il versante occidentale dei monti Sibillini con le vette del Monte Porche, del Monte Vettore e della Cima del Redentore. L’alta montagna offre ambienti per la vita di esseri molto speciali; innanzitutto gli organismi viventi devono adattarsi, nel corso dell’evoluzione, a condizioni ambientali difficili, per la severità del clima, ma anche per i terreni scoscesi, impervi e instabili, con roccia affiorante e con suoli poveri e soggetti ad erosione, e dove l’acqua, nei mesi in cui non è sotto forma di ghiaccio, scorre senza essere trattenuta. La montagna, poi, offre una straordinaria diversità di habitat in spazi ristretti, determinati dalle variazioni climatiche altitudinali, dalle differenti tipologie del substrato roccioso e dalla diversificazione delle pendenze e delle esposizioni dei versanti. Infine, le sommità montuose somigliano dal punto di vista ecologico a delle isole, dove le popolazioni di piante e animali seguono strade evolutive indipendenti, che favoriscono la nascita di endemismi.
A questi fattori, si aggiungono i cambiamenti climatici del passato, che hanno indotto flussi migratori ed estinzioni di specie. Le piante e gli animali che abitano le alte quote dell’Appennino centrale sono giunte in più fasi da territori lontani, favorite dalla particolare posizione geografica degli Appennini: un “pontile” che dall’Europa continentale si distende verso sud fin nel cuore del Mediterraneo, in vista della vicina Africa.


Poi c’è l’uomo. Le sue attività hanno trasformato gli habitat e la biodiversità. Soprattutto la pastorizia, presente in Appennino sin dal neolitico, ha soppiantato le foreste caducifoglie naturali con estese praterie. E proprio la pastorizia ha rappresentato per secoli la più importante risorsa economica dell’alta Valnerina.
Questa diversità di ambienti e habitat si traduce in una ricca biodiversità; nel Parco Nazionale dei monti Sibillini si contano oltre 2000 entità floristiche – di cui 51 specie di orchidee – circa 50 specie di mammiferi, 114 di uccelli nidificanti,16 di rettili e 14 di anfibi; incalcolabile il numero di specie di invertebrati, di cui si contano 831 specie solo di lepidotteri (farfalle e falene).Questa biodiversità comprende anche 76 specie e 29 habitat di interesse comunitario, tutelati dalla Rete Ecologica Europea “Natura 2000” costituita sui Sibillini da 18 Zone Speciali di Conservazione e 5 Zone di Protezione Speciale, di cui interessano l’alta Valnerina i siti: Monte Bove, Pian Perduto, Valle Rapegna e Monte Cardosa, Gola della Valnerina-Monte Fema, Monti Sibillini (versante umbro).


Gli ambienti delle vallate, come quella di Visso, sono oggi caratterizzati da compatti boschi misti; si tratta soprattutto di “orno-ostrieti” tipici dei boschi collinari su substrati calcarei, composti da orniello, carpino nero, querce e diverse specie di aceri; in alcune aree dove il suolo crea le condizioni adatte, come nei dintorni di Castelsantangelo sul Nera, si trovano anche alcuni castagneti che producono marroni, che un tempo rappresentavano una importante risorsa alimentare.
Negli scorci panoramici di Visso spicca spesso la presenza di filari di alberi molto slanciati; si tratta di pioppi cipressini (Populus nigra var. italica), una varietà di pioppo nero molto utilizzata come pianta ornamentale, ma che per l’area della Valnerina sembrerebbe autoctona. Il pioppo nero predilige gli ambienti umidi fluviali e, insieme ad altre piante, come salici e ontano, costituisce la vegetazione cosiddetta “ripariale”, che svolge una fondamentale funzione ecosistemica nel mantenimento degli equilibri ecologici, degli habitat di acqua dolce, e idrogeologici.
Ma questi alberi, che possono raggiungere altezze ragguardevoli, hanno anche un valore estetico, peraltro riconosciuto come elemento peculiare del paesaggio di Visso, che per questo motivo è tutelato sin dal 1939.
Purtroppo, queste “sentinelle” dei fiumi rischiano di scomparire a causa dei numerosi abbattimenti effettuati per motivi di pubblica sicurezza o per la realizzazione di interventi di mitigazione del rischio idraulico.


Eppure, fino alla prima metà del secolo scorso, il paesaggio dei versanti dell’alta Valnerina mostravano un paesaggio ben diverso: le coltivazioni si estendevano anche sui versanti più acclivi, e i campi erano punteggiati da vigneti di viti maritate all’acero campestre. Nei pendii che circondano il bacino di Castelluccio sono ancora oggi visibili i segni di terrazzamenti che giungevano anche ad oltre 1600 m di quota.
Se gli ambienti rurali collinari e di fondovalle costituivano “agroecosistemi” variegati, armoniosi e curati, lo stesso non si poteva certo dire per le quote più alte, doveun pascolo eccessivo, soprattutto ovino, aveva causato deforestazione, degrado delle praterie e fenomeni di erosione del suolo. Non è un caso se proprio tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del ‘900 si siano verificati sui Sibillini gli eventi di dissesto idrogeologico più rovinosi, tra cui ricordiamo l’alluvione a Visso nel 1858, causata dall’esondazione del torrente Ussita.
Negli ultimi secoli gli Appennini hanno anche subito l’estinzione locale di gran parte degli ungulati, in particolare cinghiale, capriolo, cervo e camoscio appenninico, e dei carnivori come il lupo, la lince, la lontra e l’orso bruno marsicano, i quali erano sottoposti a campagne di sterminio fini ai primi anni ’70, in quanto considerati “specie nocive”.
A partire dal secondo dopoguerra, l’incremento del bosco conseguente all’abbandono di attività agro-silvo-pastorali ha favorito il ritorno di molti mammiferi: cinghiale e capriolo sono stati reintrodotti per finalità venatorie, mentre il cervo e il camoscio appenninico sono stati reintrodotti dal Parco. Altre specie, tra cui il lupo, il gatto selvatico, la martora e l’istrice si sono diffuse spontaneamente.
Tra giugno e luglio il mosaico dei campi coltivati di Castelluccio esplode in un caleidoscopio dei colori di spettacolari fioriture. Ma i colori più intensi sono sfoggiati da piante selvatiche originarie di ambienti steppici asiatici e dell’Europa orientale, e giunte nei nostri ambienti probabilmente già nel Neolitico, insieme alle prime coltivazioni umane; per questa loro origine vengono dette “archeofite”, cioè “piante antiche”.
Già a maggio inoltrato i piani si tingono del giallo della senape dei campi e il ranuncolo dei campi, i primi a fiorire;poi si accende il rosso dei papaveri, mentrel’azzurro dei fiordalisi è il più tardivoe può durare fino a luglio inoltrato e talvolta fino ad agosto. Ma le divere fioriture posso pennellare i campi nello stesso periodo, trasformandoli in tavolozze multicolori.
I colori e i profumi delle fioriture hanno un preciso significato evolutivo: sono richiami irresistibili per il popolo degli insetti impollinatori; l’incessante lavorio di farfalle, apoidei e sirfidi, garantisce la riproduzione di gran parte delle piante da seme, in cambio di scorte di energetico nettare. Il patto inscindibile tra l’universo animale e quello vegetale, risultato di milioni di anni di coevoluzione, si rinnova così ogni anno.


Gli ambienti aperti costituiti da praterie secondarie miste a campi coltivati con metodi tradizionali, come nell’area del bacino di Castelluccio, comprendono habitat ricchi di specie floristiche ma anche adatti alla nidificazione e all’alimentazione per molti uccelli, come l’albanella minore, l’averla piccola, la tottavilla e l’ortolano. Proprio nei piani di Castelluccio è stata di recente riscontrata la presenza di una delle popolazioni più consistenti d’Italia di starna, galliforme originario degli ambienti steppici eurasiatici.
Le praterie montane, presenti soprattutto nella fascia altitudinale compresa tra 1000 e 1800 metri slm, sono dette “seminaturali” o “secondarie” in quanto create e mantenute dalle attività umane di sfalcio e di pascolo. Alcune di queste praterie, come quelle che rivestono i terreni calcarei asciutti, sebbene dominate da graminacee appartenenti a diversi generi tra cui Festuca e Bromus, sono straordinariamente ricche di biodiversità floristica; per tale motivo, sono elencate tra gli habitat di interesse comunitario che, quando presentano “stupende fioriture di orchidee”, assumono importanza prioritaria. Nei monti Sibillini sono state censite 51 specie di orchidacee, tra le quali, tipiche di queste praterie, ricordiamo: orchidea sambucina (Dactylorhiza sambucina), orchide maschia (Orchis mascula), orchide calabrese (Orchis pauciflora), orchidea scimmia (Orchissimia), orchide piramidale (Anacamptis pyramidalis) e ofride fior d’ape (Ophris apifera).


La riduzione delle attività pastorali soprattutto a partire dal secondo dopoguerra ha causato l’abbandono di molti pascoli montani, con conseguenti processi di rinaturalizzazione che prendono avvio dalla diffusione di piante arbustive cosiddette “pioniere”, come il ginepro comune e la rosa canina, le quali creano le condizioni ecologiche adatte al successivo insediamento delle piante arboree che condurranno alla formazione della vegetazione “climax”, rappresentata dal bosco misto caducifoglio collinare o montano. In alcuni casi, la diffusione del “falasco” (Brachipodiumgenuense), può bloccare l’evoluzione della vegetazione verso il bosco, determinando praterie stabili molto povere di biodiversità.
Va tuttavia evidenziato che questi processi di rinaturalizzazione, con recupero di superfici boscate – a cui si sono aggiunti i rimboschimenti effettuati con conifere come il pino nero, abeti e larici – hanno avuto anche un ruolo ecologico positivo, compensando l’estremo sfruttamento del territorio che tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del ‘900 aveva causato gravi fenomeni di dissesto idrogeolgico e scomparsa dei grandi mammiferi.
L’obiettivo ora è quello di favorire un equilibrio tra i processi naturali e il mantenimento delle millenarie attività agro-silvo-pastorali, necessarie alla conservazione di habitat e specie di interesse comunitario.
Le Gole della Valnerina presentano condizioni ambientali locali calde e aride, dovute all’esposizione e agli affioramenti rocciosi, che favoriscono la presenza di piante tipicamente mediterranee come il leccio, quercia sempreverde in grado di radicare anche su scoscesi versanti rocciosi.
I versanti rocciosi delle gole, frutto dei processi tettonici e dei fenomeni di erosione e carsici, costituiscono habitat per piante rupestri, alcune delle quali hanno trovato rifugio in questi ambienti, con condizioni ecologiche relativamente stabili, sopravvivendo ai cambiamenti climatici addirittura dal Terziario. L’efedra nebrodense (Efedra nebrodensis) è uno di questi “relitti” del Terziario; si tratta di una gimnosperma molto antica, che è sopravvissuta alle glaciazioni e che nell’Italia peninsulare è presente in pochissime stazioni, tra cui le Gole della Valnerina.
Gli ambienti rupestri rappresentano anche l’habitat in cui nidificano gli uccelli rupicoli, tra i quali il corvo imperiale è tornato a nidificare in Valnerina dal 2012. In questi ambienti nidificano anche diverse specie di uccelli rapaci, tra cui il falco pellegrino e la maestosa aquila reale, di cui si contano attualmente nell’alta Valnerina 3 coppie nidificanti.


Le pendici del massiccio del Monte Bove sono ammantate da boschi di faggio (Fagus sylvatica) che risalgono lungo gli aspri versanti, lasciando gradualmente il posto alle praterie primarie di alta quota. Sono presenti anche rimboschimenti con conifere quali il pino nero e il larice.
L’estensione delle faggete appenniniche è stata notevolmente ridotta in passato per lasciare il posto ai pascoli, e sono stati relegati ai versanti più impervi, non adatti alle coltivazioni e alla pastorizia. Alle quote inferiori, dai 1000 fino a circa 1500 m slm, le faggete sono miste ad altre specie arboree come acero montano, acero aceroopalo, sorbo montano e maggiociondolo; l’associazione con il tasso (Taxus baccata) e l’agrifoglio (Ilex aquifolium), due specie sempreverdi, relitto del Terziario, che hanno risentito negativamente dello sfruttamento dei boschi, costituisce un habitat di interesse comunitario. Gli ultimi lembi di faggete residue salgono sui Sibillini fino a circa 1800 m di quota, dove tendono a diventare pure, ovvero formate esclusivamente dal faggio.
Le faggete miste, come quelle della Val di Panico, in autunno si accendono dei colori caldi di diverse specie tar cui gli aceri, regalando lo spettacolare fenomeno che si usa chiamare “foliage”. La colorazione delle foglie è indotta dalla senescenza autunnale, in cui la pianta si appresta a perdere le foglie come adattamento per superare la stagione invernale; in questa fase, la clorofilla, di colore verde si riduce bruscamente, facendo emergere il colore di altri pigmenti come i carotenoidi.


I boschi più naturali, cioè quelli non utilizzati per ricavare legname, sono detti “vetusti” e sono caratterizzati dalla presenza di alberi di diverse età e dimensioni, compresi alberi secolari e quelli morti e marcescenti. A questi habitat sono strettamente legate diverse specie animali, tra cui l’uccello passeriforme balia dal collare, alcune specie di chirotteri e insetti saproxilici – cioè le cui larve si nutrono di legno morto – come i coleotteri di interesse comunitario Rosalia alpina, di colore azzurro con macchie nere e lunghissime antenne, e Osmoderma eremita.
Il raro lichene Lobaria pulmonaria – così denominato per le forme delle sue “foglie” che ricordano degli alveoli polmonari – vive solo sui tronchi di faggi secolari in ambienti incontaminati. Un singolo albero vetusto può rappresentare un microhabitat in cui vivono molte specie di licheni, muschi, funghi, animali invertebrati (insetti, aracnidi e molluschi), e in cui nidificano uccelli e trovano rifugio roditori (in particolare scoiattolo e ghiri), pipistrelli, rettili e anfibi.


Le faggete miste della valle di Rapegna sono certamente da annoverare tra i boschi più naturali dell’alta Valnerina. In boschi di questo tipo trova rifugio il lupo, il predatore simbolo dell’Appennino. Giunto sull’orlo dell’estinzione all’inizio degli anni ’70 a causa della spietata persecuzione da parte dell’uomo, il lupo sopravvisse con pochi individui sui monti Sibillini, da cui poi, nei decenni successivi, ha iniziato a diffondersi verso nord ricolonizzando l’Appennino settentrionale e l’arco alpino. Il notevole incremento numerico e di territori occupati dal lupo è conseguente alle norme di tutela nazionali e comunitarie, alla rinaturalizzazione dei territori appenninici e all’incremento degli ungulati selvatici, principalmente cinghiale, cervo e capriolo, che costituiscono le sue principali prede naturali. Le attività di monitoraggio effettuate dal Parco a partire dal 2003 indicano il raggiungimento di un sostanziale equilibrio, in cui la popolazione di lupo, consistente in 10-14 branchi, non registra ulteriori incrementi ormai da molti anni.
La presenza di altri mammiferi dell’ordine dei carnivori è invece meno evidente. L’orso bruno marsicano sopravvive con una popolazione di appena una cinquantina di individui con areale circoscritto al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e alle aree limitrofe, e solo qualche individuo maschio giunge di tanto in tanto fin sui Sibillini nei loro “viaggi esplorativi”. Carnivori dalla presenza quasi intangibile sono anche il gatto selvatico, dalle abitudini notturne ed elusive, e la martora, non più segnalata sui Sibillini da diversi decenni, e poi recentemente riscoperta, grazie all’uso di fototrappole, nei boschi del settore meridionale di questi territori.
Il maestoso cervo è stato reintrodotto dal Parco Nazionale dei Monti Sibillini, con l’obiettivo di “restaurare” gli ecosistemi originari e incrementare le prede naturali per il lupo e l’orso bruno marsicano. Dal 2005 al 2012 sono stati rilasciati 79 cervi provenienti da diverse aree tra cui la Foresta Demaniale di Tarvisio e il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. La presenza del cervo in passato nell’area dei Sibillini è testimoniata da alcuni toponimi, tra cui Forca della Cervara, e documentata fino al 1825, quando due cervi furono uccisi nella zona di Cascia. La maggior parte dei cervi, tutti dotati di radiocollare, è stata rilasciata nel territorio di Castelsantangelo sul Nera, in cui gli studi di fattibilità avevano riscontrato le condizioni ambientali più idonee; questo territorio si è confermato altamente vocato ad ospitare questa specie, che proprio nell’alta valle del Nera è ora presente con la più alta densità.


In autunno, alcune macchie rosse spiccano sulle praterie ingiallite d’alta quota del massiccio del monte Bove; si tratta di “tappeti” di mirtillo nero, pianta arbustiva a foglie caduche, poco comune sui Sibillini in quanto predilige i suoli acidificati. Gli arbusti con portamento prostrato sono tipici della fascia altitudinale compresa tra circa 1800 m e 2000 m, che per questo motivo pende il nome di “fascia degli arbusti contorti”, e, oltre al mirtillo nero, comprendono altre specie tra le quali l’uva orsina, il ginepro nano, il ranno spaccasassi e il cotonastro dei Pirenei. Un tempo molto diffusi, sono stati notevolmente ridotti nel corso dei secoli dalle attività di pascolo.
Tappeto di camedrio alpino verso le creste del Redentore. Le sommità oltre i 2000 m di quota sono il regno delle praterie “primarie”, ovvero determinate dalle condizioni ambientali naturali più che dalle attività di pascolo. Durante l’ultima era glaciale, quella del Würm, terminata circa 11.700 anni fa, molte specie del nord Europa e delle Alpi sono migrate verso sud, raggiungendo così la penisola italiana; con il riscaldamento del clima, e lo scioglimento delle calotte glaciali che ricoprivano il nord Europa e l’arco alpino, queste specie “artico-alpine” sono tornate verso nord, ma molte hanno risalito i rilievi appenninici rifugiandosi sulle loro vette più alte. Così anche sulle sommità dei Sibillini, troviamo piante, come il camedrio alpino (Dryasoctopetala) e la silene a cuscinetto (Silene acaulis), che disegnano un paesaggio simile a quello della tundra artica o alpina.


Dagli altipiani asiatici è giunta la pianta simbolo delle montagne: la stella alpina, da cui si è originata la stella alpina dell’Appennino (Leontopodium nivale), presente solo sui principali massicci montuosi centro appenninici e, oltre l’Adriatico, sui rilievi del Montenegro. Queste migrazioni sono state favorite dalla particolare posizione geografica degli Appennini: un “pontile” che dall’Europa continentale si distende verso sud fin nel cuore del Mediterraneo, in vista della vicina Africa; verso est i Balcani, collegati alle vastità asiatiche, durante l’ultima glaciazione (con il livello del mare Adriatico più basso) erano uniti all’Italia centrale da ampie pianure alluvionali.
Le vette appenniniche somigliano a delle isole, in cui l’evoluzione delle piante, rimaste quassù isolate per migliaia di anni, ha preso strade separate dalle loro popolazioni di origine, favorendo la loro differenziazione in specie o sottospecie endemiche esclusive dell’Appennino Centrale; è il caso della rarissima adonide curvata (Adonis distorta).


Al pari di molte specie floristiche, anche diverse specie animali sono migrate durante l’ultima glaciazione, rimanendo successivamente isolate sulle cime appenniniche; è il caso della vipera dell’Orsini (Vipera ursinii), piccolo serpente praticamente innocuo per l’uomo (il suo veleno è infatti sufficiente ad uccidere insetti come le cavallette, di cui si nutre) che in tutta Italia vive esclusivamente sulle cime più alte dell’Appennino centrale.
Gli ambienti rocciosi di alta montagna, come le imponenti pareti calcaree del Monte Bove, sono l’habitat di nidificazione di uccelli rupicoli, come il Gracchio alpino (Phyrrocorax graculus) e quello corallino (Phyrrocorax phyrrocorax), il picchio muraiolo (Tichodroma muraria), il fringuello alpino (Montifringilla nivalis) e il Sordone (Prunella collaris), e rapaci, tra cui l’aquila reale (Aquila chrysaetos), e il falco pellegrino (Falco peregrinus).


Il fringuello alpino è un passeriforme adattato agli ambienti d’alta quota dei principali massicci montuosi eurasiatici. La sua sopravvivenza nell’Appennino centrale è minacciata di cambiamenti climatici.
Dal 2008, gli ambienti rupestri del massiccio del Monte Bove sono diventati anche il regno del camoscio appenninico (Rupicaprapyrenaica ornata), sottospecie endemica dell’Appennino centrale, che nella prima metà del ‘900 ha sfiorato l’estinzione, sopravvivendo una piccola colonia di appena una trentina di individui in una montagna della Marsica. Grazie all’istituzione del Parco Nazionale d’Abruzzo, avvenuta nel 1922, il camoscio appenninico è stato salvato, e poi reintrodotto nei primi anni ’90 sulla Majella e sul Gran Sasso. In attuazione al Piano d’Azione Nazionale per la conservazione di questa specie, e grazie a due progetti Life, il camoscio appenninico è stato reintrodotto anche ne Parco Nazionale dei Monti Sibillini; dal 2008 al 2014 sono stati rilasciati 31 animai, mentre oggi (2025) se ne contano circa 600.


Il paese di Visso è situato alla confluenza de fiume Nera, del torrente Ussita e di altri corsi d’acqua minori. L’acqua costituisce un elemento naturale fortemente caratterizzante l’alta Valnerina, per gli aspetti sia ambientali sia socio-economici. I principali centri abitati, infatti, sorgono lungo corsi d’acqua, da cui le popolazioni ricavavano non solo una preziosa risorsa per gli usi idropotabili e per l’abbeveraggio del bestiame, ma anche una fonte di energia meccanica sfruttata, tramite i mulini, per macinare il grano e per attivare macchine per la filatura della lana.
Le Marcite di Norcia sono un ambiente acquatico molto particolare, realizzato dall’uomo nel medioevo, regimentando l’acqua delle risorgive del torrente Sordo, allo scopo di favorire la produzione di fieno durante tutto l’anno. Un sistema di canali, detti “cortinelle”, irrigava i campi, impedendo la formazione di ghiaccio in inverno, e la siccità in estate. Ora costituiscono un habitat d’acqua dolce con presenza di anfibi, trota mediterranea, libellule rare e piante ripariali.


I nuclei relitti di trota mediterranea (Salmo ghigii) rappresentano le vere trote autoctone dei corsi d’acqua appenninici e della Valnerina. Specie di interesse comunitario, la trota mediterranea è a rischio di estinzione a causa della modificazione degli habitat fluviali, ma soprattutto della competizione e della ibridazione con la trota “fario” domestica, di origine atlantica, immessa massicciamente per molti decenni in tutti i corsi d’acqua italiani a scopo di pesca. Grazie a progetti Life, il Parco Nazionale dei monti Sibillini, insieme alle Regioni Marche e Umbria e ad altre aree protette italiane, sta attuando azioni a favore della sua conservazione.